Vai ai contenuti. | Spostati sulla navigazione

Sezioni
Strumenti personali
Tu sei qui: Portale La Confondatrice La Confondatrice Sr. Maria Mosca: biografia a cura della Madre Fedele Ausilia Frappa


Ti amo in tutto,
o di travaglio, o di pace;
perchè non cerco, ne mai cercai,
le consolazioni di Te;
ma Te, Dio delle consolazioni.

Benvenuti nel sito

madre.jpg

Madre Angelisa Spirandelli, Superiora Generale
Un cordiale saluto a quanti si accosteranno al nostro sito web preparato con gioia e passione nell’intento di far conoscere l’Istituto di Nostra Signora del Carmelo, il suo Carisma specifico nell’ambito della grande Famiglia Carmelitana.
Leggi il resto

 

 

Sr. Maria Mosca: biografia a cura della Madre Fedele Ausilia Frappa


confondatrice.gif

Suor Maria di Gesù, Mosca
Prima Superiora Generale
dell’Istituto di Nostra Signora del Carmelo
Confondatrice


Biografia a cura della Madre Fedele Ausilia Frappa


Introduzione
“Richiamate alla mente quei giorni in cui, dopo essere stati illuminati, avete sostenuto un gran conflitto di patimenti … Ebr 10.32.
Con le parole di S. Paolo Apostolo, mi accingo a parlare di Colei che fu la più tenera Madre del nostro Istituto. È un compito assai arduo, poiché la parola sarà sempre inadeguata ad esprimere il cumulo di pensieri e la piena di affetti che provo al solo pronunciare il nome di SUOR MARIA MOSCA. Se moltissime delle mie figlie sono state testimoni della vita della Madre nostra e possono fare numerose deposizioni, molto più io sento il dovere di esporre quei tratti di virtù non comune, che ebbi sempre cura di raccogliere. Nulla mi sfuggiva, poiché, ogni parola, ogni azione compiuta dalla Madre, era un’emanazione dell’infuocato zelo che le ardeva in petto. Nella mia qualità di Segretaria, le ero fortunatamente accanto il giorno e, quando il lavoro lo richiedeva, buona parte della notte. Il Signore mi suggeriva per un suo fine particolare ed a costo di farmi giudicare curiosa, di farle molte domande interne alla sua vita, alle quali rispondeva sempre con molta umiltà. Se avesse immaginato che tutto quanto diceva veniva raccolto e annotato, avrebbe certamente sospeso quelle piccole confidenze che formano il tessuto della mia deposizione. Pertanto, tutte le notizie e i fatti che qui riferisco sulla vita della venerata Madre Suor Maria Mosca, parte le ho apprese dalle sue labbra, altre da persone ineccepibili che l’hanno potuta avvicinare, anzi sono vissute con Lei, e molte le ho vedute coi miei occhi.

Infanzia
La croce, distintivo di tutti coloro che sono chiamati da Dio ad altissime missioni, ha brillato sull’esistenza di Suor Maria Mosca fin dal suo apparire, rimanendo orfana a soli 18 giorni! Si direbbe che il nome di Clementina, impostole nel S. Battesimo il giorno della nascita, 26 Agosto 1862, suonasse ad ironia, poiché, se la piccina avesse compreso, sarebbe scoppiata in singhiozzi. La tredicesima figlia dei coniugi Pietro Mosca e Maria Conti, inconscia ancora del soffrire, ne provò, sia pure fisicamente, i dolorosi effetti. Trascorse i primi tre anni sotto le cure di una buona nutrice, dopo i quali venne richiesta da uno zio materno. La piccina che era cresciuta sensibilissima, provò certamente un vivo dolore in questo repentino mutamento.
Nella nuova casa non le mancavano l’affetto e le attenzioni, ma la bimba sentiva vivamente di essere orfana e nulla poteva appagare il naturale desiderio di ricevere quelle cure e quelle sollecitudini che solo i genitori sanno prodigare ai loro figli. Ogni domenica veniva portata a casa dal babbo, dal quale era tanto amata, ma per il quale sentiva tanta soggezione.
Il Signore aveva dotato Clementina di forte ingegno, cosiché l’istruzione che gli zii avevano cura d’impartirle, colpiva tanto la sua intelligenza da renderla superiore alle bimbe della sua età. Ricevé presto il sacramento della cresima, amministrata da Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Tommaso Gallucci, Vescovo di Recanati e Loreto, con licenza dell’Ordinario, nella cattedrale di Osimo, il giorno 21 Settembre 1868, fungendo da madrina Elisa Mandò.
Clementina era di tempra vivacissima e commetteva perciò qualche mancanza, che andava subito a cancellare nel Sacramento della Penitenza. Era sui confessore il Servo di Dio P. Benvenuto Bambezzi moto in concetto di santità il 24 Marzo 1875. Egli, per un’attrattiva verso i fanciulli aveva acceso nel cuore della bimba un vivo desiderio di praticare le virtù.
Lo zio andava orgoglioso della vispa nipotina che, a sei anni, sapeva leggere su qualunque libro; e quale non fu il suo dolore quando dovette accondiscendere alle giuste pretese del padre di riaverla presso di sé. Il ritorno in famiglia segnò per la piccina di sette anni, ancora tanto bisognosa di tenerezza, l’inizio di una quotidiana rinunzia, di una rigida disciplina. Il suo cuore si sentiva come stretto in una morsa. Il babbo, pur tanto buono, non era di modi delicati, e la domenica, certa Carla Sabbadini, onestissima profondamente cristiana, teneva il governo della casa più con senso di responsabilità che di giusto discernimento circa le diversità psicologiche dei fanciulli a lei affidati.
Clementina ne soffriva assai e avrebbe dato volentieri sfogo al suo carattere, se alla scuola di Gesù non avesse imparato a mitigare i suoi impulsi. Quante volte avrebbe voluto gettarsi fra le braccia di una mamma per confidarle le sue pene! I due fratelli, Carlo e Romualdo, non potevano comprenderla e la sorellina Margherita era già passata a nozze. Trascorse ore assai tristi ed anche lo studio e le due maestre che successivamente la istruirono, non riuscirono ad appagare le brame della vivace ed irrequieta fanciulla.

Adolescenza e prime chiamate di Dio
Il padre pensò di affidarla come semiconvittrice alle Monache Benedettine di Osimo. Clementina si sentì compresa e trovo soprattutto pascolo al suo spirito assetato di Gesù. Giunto il tempo di prepararsi alla sua Prima Comunione, venne messa in monastero per ricavare quelle istruzioni che la disposero poi ad abbracciare con ardore il suo caro Gesù. Il giorno beato giunse con la festa del Corpus Domini dell’anno 1873. Sarebbe stato un giorno pieno di sole se una nube non l’avesse attraversato: ancora una volta sentì che le mancava il cuore della mamma a comprendere la sua gioia. Ma si rassegnò e, dopo aver promesso a Gesù di farsi santa, supplicò ardentemente la Madonna a tenerle il luogo di Madre. Non avrebbe più voluto lasciare il Monastero dove aveva provato tanta pace di paradiso. Ritornò alla casa paterna, pur continuando a frequentare la scuola delle buone Monache. Nella sua prima unione con Dio aveva sentito la brama di ritirarsi dal mondo. L’amore divino l’investì a tal punto che prese la decisione di andare a vivere in un romitaggio. La fanciulla non palesa a nessuno il suo progetto e l’accordo preso con le due compagne della prima Comunione di ritirarsi nel bosco della tenuta Leopardi Dittaiuti. L’impresa è ardua perché si tratta di allontanarsi da casa alle tre del mattino. Passata tutta la notte in veglia ed in preghiera, appena spuntata l’alba esce e, fra le tenebre, si porta al posto fissato per attendere le compagne, ma invano. Esse scoperte e rimproverate dai genitori, avevano abbandonata l’impresa. Dopo aver supposto che fossero già passate, Clementina si pone in ginocchio e prega la Vergine ad accompagnarla lungo la via. Si rialza e, fatti alcuni passi, la piccola fuggitiva è raggiunta dal babbo e dal fratello Carlo. Ricondotta a casa con giuste riprensioni, esse si ritira, affranta, nella sua stanza e dà sfogo al suo dolore davanti alla Consolatrice degli afflitti.
Sente ancora tutta l’amarezza di essere orfana. Contava allora dodici anni. Gli anni dell’adolescenza trascorsero nello studio, nella pietà e nel lavoro che prediligeva più di ogni altra cosa. Il padre suo era rigorosissimo della serietà della sua figliuola e, per nessun motivo, permetteva che uscisse sola di casa.
Alcun pericolo, perciò, si affacciò mai a turbare la giovinetta, che maturava negli anni con tale saggezza da essere citata ad esempio alle sue compagne. Clementina intravedeva con la sua mente delle vette che voleva ad ogni modo raggiungere; provava nel suo spirito delle sublimi aspirazioni da soddisfare, ma si sentiva incapace a conseguirle da sola. D’altra parte la giusta rigidezza del padre e la severità della governante, la buona e semplice Carola, se proprio non erano di ostacolo alla sua anima anelante all’alto, non erano sufficienti a sollevarla in quella atmosfera superiore alla quale aspirava. Soffriva perciò immensamente e cominciava fin da allora quella via di abnegazione e di abbandono alla volontà di Dio, che formeranno la direttiva di tutta la sua vita.
Alle sofferenze morali andavano unite quelle fisiche. Era spesso costretta a letto con febbri altissime causate da tonsillite acuta. Ma la buona giovinetta sopportava tutto con edificante pazienza, spiacente solo di dover interrompere la recita del S. Rosario, pronta però a riprendere, appena guarita, le sue pratiche di pietà.
Clementina era di carattere forte e costante nei propositi, era fatta per tradurre in atto i suoi santi desideri; trovò perciò sempre il tempo e il modo di usare carità verso i poveri. La gloria di Dio e il bene delle anime stavano in cima ai suoi pensieri pur non conoscendo ancora per quale via il Signore la voleva condurre.
Il suo carattere si va temprando ed è risoluta quando si tratta di evitare cose che possono offendere la sua illibatezza. Raccoglie perciò tutti i suoi libri frivoli, che il fratello Romualdo le aveva offerto per distruggerli nelle fiamme senza curarsi dei rimproveri di lui. Tanta esuberanza di virtù, era frutto della sua unione con Dio e della assistenza della santissima Vergine, alla quale Clementina si era abbandonata come tenera figlia. E Maria vuol mostrarle la sua predilezione col ridonarle quasi miracolosamente la salute, dopo un attacco fortissimo di enterite che l’aveva ridotta quasi agli estremi. Durante la malattia era divenuta fervorosissima e questo fervore continuò anche a guarigione compiuta. Per due anni consecutivi ella dimostrò la sua riconoscenza alla Vergine Santa con la pratica dei quindici sabati. Ma le suppliche che Clementina presentava alla Mamma del Cielo avevano anche un altro scopo: conoscere le volontà di Dio. Non sentiva in questo periodo la vocazione, anzi sembrò si volesse accusare. Simile stato d’animo lo permise il signore per farlo poi più imperiosa la sua chiamata.
Infante deve condividere coi familiari gioie e dolori che ella prova in tutta la loro estensione, dotata com’era di squisita sensibilità. Si rallegra per la brillante laurea conseguita dal fratello Romualdo, ma ben presto si rattrista vedendolo costretto al letto, colpito da pleurite. Il male è inesorabile e la pia sorella si adopera affinché gli ultimi istanti siano confortati da tutti i Sacramenti. Romualdo muore nel bacio del Signore il 27 febbraio 1886. Clementina è costretta a chiedere al Signore la forza per resistere al suo dolore ed essere poi di conforto all’addolorato padre, che aveva sognato per il figlio un avvenire felice. Al chiudersi dello stesso anno, un nuovo lutto colpì la famiglia Mosca: la morte di Margherita. La pia sorella si fa ora sostegno ai tre piccoli nipoti rimasti orfani e rende loro meno angosciosa la perdita della mamma. Intanto, nella preghiera e nell’esercizio di opere buone, la nostra giovane attende di udire chiara la voce del Signore.
Infatti la volontà di Dio le si manifestò, ma in modo tutto particolare. Il 9 giugno 1887, primo venerdì del mese, dopo la S. Comunione, mentre stringeva Gesù nel suo cuore, si presentò davanti ai suoi occhi uno stuolo di suore vestite di bianco e marrone. Inondata di felicità chiede: “E non potrei essere anch’io una di loro?”. Un “si” distinto risuonò in fondo al cuore ed ella trasalì di gioia. Non ha più dubbi sulla divina chiamata, perciò si prepara a corrispondervi fedelmente. Non ignora gli ostacoli da sormontare specialmente quando dovrà manifestare la sua decisione al padre. Questi, infatti, si rifiuta decisamente di darle consenso, considerando la sua delicata salute e non potendo rassegnarsi a separarsi dall’unico conforto rimasto al suo cuore dopo tanti dolori subiti.

Abbandona la casa paterna
Clementina è troppo sicura della chiamata del Signore perciò attende con fiducia. Passò qualche tempo, poi, forse per l’estrema violenza fatta a se stessa per mantenere quella calma che nascondeva il suo interno patire, la sua salute andò deperendo. I medici consigliarono un sollecito cambiamento d’aria. Nulla di più favorevole per la realizzazione dei suoi ideali. Si accorda col fratello Carlo circa il luogo del soggiorno. Ella sceglie Firenze senza ben comprendere il motivo. Prima della partenza confida la sua vocazione a Mons. Seri Molini, Vescovo di Osimo (morto il 13 aprile 1888) il quale, dopo averla assicurata ed incoraggiata, la consiglia di mettersi in rapporto con qualche Comunità religiosa senza prendere per il momento alcuna decisione.
Ispirata dal Signore, Clementina parte senza congedarsi dal padre, accompagnata dal fratello Carlo ed incoraggiata questa volta anche da Carola. In questa nuova energica decisione di lasciare la casa paterna per seguire la voce del Signore, si rivela quella fortezza d’animo che essa, più tardi, dimostrerà in ogni critica circostanza.
Dopo aver alloggiato per alcuni giorni presso le Figlie di S. Anna si trasferì all’Istituto Gualandi come convittrice. Ma la sua salute non andò migliorando, così che fu consigliata dal Vicario Generale della Diocesi, Mons. Francesco Lorenzi, che dirigeva il suo spirito, e dalla Contessa dina De La Rochepauchin di passare all’Istituto di S. Teresa in Via dei Serragli 108.
Clementina sente chiaramente essere questa la volontà di Dio ed il primo del mese consacrato a Maria è accolta da Suor Maria Teresa di Gesù come un’inviata dal Cielo. Nella silenziosa Cappella, durante i suoi colloqui Eucaristici, Clementina sente chiaro e pressante l’invito di Gesù a seguirlo nello stato religioso. Da parte sua, anche la Madre Scrilli formulava speranza di vedere rialzate le sorti dell’Istituto che allora versava in tristissime condizioni finanziarie era ridotto ormai senza religiose. Veramente Clementina si sentiva portata verso le Suore Domenicane, forse per sua grande devozione alla Vergine del Rosario. A turbare i suoi sogni giunge una prova un po’ dura: è colpita da un ascesso in gola che la fa molto soffrire. Per consiglio dei medici è costretta a ritornare nell’aria nativa e di lì a Numana per la cura marina. Rimessasi in salute, fa ritorno a Firenze il 1° novembre 1889. Questa volta parte col permesso del babbo, accompagnata dal fratello Carlo.
In quale Istituto mi chiama Dio?
Aveva preso la risoluzione di entrare in clausura nell’Ordine delle Domenicane. Prima dell’ingresso si porta dalla Fondatrice Scrilli per ringraziarla del bene ricevuto e per raccomandarsi alle sua preghiere. Suor Maria Teresa di Gesù sente tutta l’amarezza nel saperla diretta altrove. Anche Clementina soffre nel separarsi da Colei alla quale aveva aperto il cuore. Il Signore però le fece comprendere che non la voleva nel Monastero delle Domenicane, poiché, appena varcata la soglia, si sentì respingere da una mano invisibile e una voce interna le disse: “Questo non è il posto per te!”.
Chi può misurare l’interna lotta che si scatenò in lei e che non osava manifestare? Passarono alcuni giorni di indescrivibile angoscia poi comunicò il suo interno al Confessore, ed egli le fece comprendere che doveva tornare dove Gesù la chiamava con tanta insistenza. Intanto in Via dei Serragli veniva a mancare la Madre . Quando le fu annunziata la morte della Fondatrice, Clementina sentì uno schianto al cuore, molto più che sapeva di averla addolorata col suo  ingresso fra le Domenicane. La sua Priora, Suor Maria Costante Piccoli, per ispirazione divina, le disse: “Figlia mia, vada là, quello è il posto che Dio le ha destinato”. Col 1° dicembre, infatti, lasciò il Monastero di clausura, dove aveva trascorso solo 29 giorni, per essere ricevuta all’Istituto di S. Teresa, accolta con tanta festa dalle suore rimaste, da una novizia e da una postulante.
Suor Giovannina Mantovani faceva da Superiora alla piccola Comunità, che versava in sempre più tristi condizioni finanziarie. L’Educandato fu affidato alle cure di Clementina, che impegnò subito la sua buona volontà e la sua cultura a vantaggio delle giovinette. Ma furono tante le strettezze e le difficoltà in cui  venne a trovarsi in quei giorni il piccolo Istituto che si credette prudente ricorrere all’aiuto e al consiglio di S. E. il Cardinale Bausa. Il degnissimo Prelato decise di fondere l’Istituto con quello di campi Bisanzio. Suor Giovannina, rimasta immobilizzata in seguito ad una caduta, restò in Via dei Serragli, mentre Suor Vittoria, la novizia e le due postulanti entrarono a far parte della nuova comunità ( 5 febbraio 1890).
Incomincia per Clementina un periodo di forti ispirazioni. Dio le aveva già fatto comprendere che sulle rovine dell’Istituto di S. Teresa doveva sorgere il Carmelo. Si rimproverava di  superbia quando sentiva il desiderio di essere lei stessa la fondatrice. I mesi trascorsi a Campi Bisanzio, per quanto Clementina fosse colmata di attenzioni, furono ben tristi. Soffriva per la lontananza della buona Superiora Suor Giovannina, perché tanto ammalata, e, avvicinandosi il giorno della Vestizione, non sapeva adattarsi al pensiero di indossare l’abito religioso. Sentiva che il Signore la voleva altrove. A tratti le sorgeva l’idea di fondare da sé un Istituto e di ciò ne parlava al suo Confessore, Padre Recanatesi di Osimo, ancor prima di entrare nel Monastero di Campi. Egli le scriveva che avrebbe potuto farlo aiutandolo col suo patrimonio, ma innanzi tutto la esortava a stare ai consigli dei Superiori. Clementina si sottometteva con piacere all’obbedienza e concludeva con le parole che le uscivano spesso dalla bocca:
”Basta, o Signore, che io possa portare molte anime al vostro Cuore e che possa far sempre la vostra volontà”.
P. Recanatesi la consigliava intanto a fare ciò che facevano le altre consorelle. Clementina non si scoraggiava, invocava l’aiuto della Vergine e, giunta ai primi di ottobre, chiede un colloquio coll’E.mo Cardinale Bausa. Con semplicità di bimba, manifesta la sua interna pena e le continue ispirazioni. L’illustre Porporato che sentiva le stesse cose, l’incoraggiava e le promette l’abito religioso nel Convento della Madre Scrilli. Intanto avvertiva la Superiora Suor Giovannina di ritirare le sue figlie da Campi Bisenzio, benedicendo la divisione come ne aveva benedetta l’unione.
Nella festa del S. Rosario, 5 ottobre 1890, si riuniva la piccola Comunità in Via dei Serragli, esaltando le glorie di Maria e lodando il Signore che aveva messo termine agli otto lunghi mesi di trepidazioni e di ansia.
Ma chi magnificava soprattutto il Signore era Clementina che, imitando l’umiltà della vergine, poteva dire: ”Ecce Ancilla Domini!”. Non sapeva ben comprenderlo, ma si vedeva strumento nelle mani di Dio per la riedificazione dell’Istituto, ridotto ormai in rovina. Infatti la minuscola Comunità non poteva essere considerata più tale e, con grande dolore, si vede, anche privata del Divino Ospite. Con le più alte aspirazioni nell’animo e nel cuore i più arditi desideri, Clementina Mosca si prepara a ricevere l’abito religioso. Ella è intimamente persuasa che il Signore richiede da lei una grande opera, alla quale si accinge a rispondere con grande generosità.

Vestizione religiosa
Il 5 gennaio 1891 Mons. Taccetti, Confessore ordinario dell’Istituto, con la Sacra Vestizione, imponeva a Clementina il nome di Suor Maria di Gesù. Nel giorno tanto felice della sua Consacrazione essa propose di ascendere al più alto grado di perfezione. Suor Giuseppa Pierucci, allora postulante, che assisté alla commovente cerimonia, attesta che dal volto della Novizia usciva un tale splendore di Cielo che rivelava il gaudio del suo cuore. L’aspetto della giovane edificava gli astanti, i quali lodavano la sua coraggiosa virtù nel vestire l’abito religioso in un Istituto di cui sembrava impossibile l’esistenza. La Comunità viene di nuovo costituita e Gesù Ostia torna ad essere Ospite di quel piccolo Cenacolo di anime ardenti e generose.
Suor Maria è felice e trascorre il noviziato studiandosi di comprendere e tradurre in atto lo spirito delle regole della Fondatrice. La sua operosità è senza limiti e la sua obbedienza la rende docile strumento nelle mani della sua buona Superiora, che non esita ad affidarle i più delicati incarichi. Il suo campo di lavoro preferito è la scuola in cui essa espande tesori di bontà, di dolcezza, di fine comprensione. È amata dalle educande che la vorrebbero sempre vicina anche nelle ore di svago; è desiderata dalle figlie del popolo, che vedono in lei la madre guida, la maestra che ammonisca e corregge. Alla scuola del Divin Maestro essa apprende quella giusta disciplina che la rende atta alla formazione dei più disperati caratteri.
Non misura fatiche e industrie per rendere sempre più belle e più sentite le feste religiose. Per il S. Natale prepara un grazioso presepio, impiegando molte ore dopo la scuola. Ma proprio in quel giorno Gesù le porta un dono, gradito alle anime sitibonde di soffrire. Suor Maria è costretta al letto con febbre altissima. Si tratta di una grave pleurite che la tiene ferma per quattro mesi. Quanto dovette soffrire per non poter compiere i suoi uffici ed essere lei stessa un lavoro di più per la Comunità! Costretta all’inalazione, provata anche da aridità di spirito, Suor Maria dà esempio edificante di pazienza e di umiltà. Superata questa prova e rimessasi in forze, dopo una breve convalescenza, essa può emettere i santi Voti l’8 Aprile 1892. Per comprendere ciò che il suo Sposo Celeste le fece gustare il giorno delle sue mistiche Nozze, riporto quanto trovo scritto nelle sue memorie:
“Quale gioia, quale dolce ricordo! In quel giorno beato mi sono unita al mio Gesù con un nodo indissolubile, facendo la santa Professione. Chi può mai comprendere l’ineffabile contento di essere sposa di Gesù! Ah, no, lingua umana non può esprimerlo; essa è troppo grande, sovrumana. Non bastò al mio amato Sovrano unirsi a me vilissima e indegna creatura. No, fece anche di più. Non contento di mostrarmi l’immenso amore coll’unirmi a Sé, mi volle anche dare il suo Nome, volle che io fossi detta di Lui. Lo videro bene tutti: Egli volle chiamarmi Maria di Gesù! Oh, gioia, felicità! Anch’io voglio consumarmi tutta per Te, amato mio Bene, anch’io voglio essere crocifissa, teco morire in Croce. Deh, mio Gesù, fa che io moia amandoti quanto creatura può amarti, cioè con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la volontà. Qui, amato mio Bene, rinnoverò i miei tre Voti di Ubbidienza, Povertà e Castità uniti alle due promesse di essere uniforme alla Tua SS. ma Volontà e usare carità somma con tutti. Deh, rileggendo queste linee e che debba essere infedele al mio Dio. Ah, no! Muoia io in questo istante medesimo, se dovesse accadere tanta sciagura. Se guardo alla mia profonda miseria, sarei purtroppo capace di dimenticare tanti favori e disconoscere il mio Dio; ma mi affido solo a Gesù e a Maria, i quali certo non mi abbandoneranno mai”.
Dopo la gioia della professione, ecco sopraggiungere un grande dolore: la morte del babbo, avvenuta il 28 dello stesso mese. La notizia le viene recata tre giorni dopo, per un senso di delicatezza della Superiora che la sapeva ancora tanto scossa dalla malattia subita. China il capo al volere divino e dopo essersi portata e trattenuta qualche giorno ad Osimo, fa ritorno per riprendere, con rinnovato zelo, la sua missione fra le alunne.
Queste aumentano ogni giorno di numero e i locali di Via dei Serragli non sono sufficienti a contenerle. Per ordine dell’E/mo Cardinale, Suor Maria viene incaricata di far ricerche di un nuovo locale confacente ai bisogni e, dopo molte indagini e molte preghiere, fu trovato in Via delle Scale. Fu un grande dolore lasciare quelle sacre mura che ricordavano a quest’anima ardente tante ansie provate! Suor Maria non sapeva dimenticare le parole udite dal Divin Prigioniero nella silenziosa Cappellina: “Cadrà l’Istituto di S. Teresa e sulle sue rovine sorgerà il Carmelo”. Contava pochi anni di vita religiosa, ma l’amore per il suo caro Istituto la rendeva atta in ogni campo di lavoro e la sua pronta intelligenza, unita ad una buona cultura, la facevano esperta a coprire anche l’ufficio di Vice Superiora che, per ubbidienza, accettò il 1° Gennaio 1895.
Lo zelo esplicato dalle religiose di S. Teresa nel rione di Ricorboli fin dal primo giorno della loro entrata, 9 Ottobre 1894, fu ammirevole, specialmente per merito di Suor Maria che era divenuta l’anima della Pia Congregazione.  Le giovanette accorrevano numerosissime alle adunanze, che essa sapeva tenere in modo attraente ed efficace. Per ordine dell’E/mo Cardinale Bausa riceve l’incarico, assai difficile, di riscrivere le REGOLE E COSTITUZIONI. Riconosca (come ella si esprime) la sua incapacità, ma non esita un istante a mettersi all’opera e le regole primitive ben presto sono modificate e rese concise. Sua Eminenza le approva localmente e le consegna di sua mano alle Suore Carmelitane, riserbandone l’approvazione definitiva ad altro tempo. La santa e virtuosissima Superiora Suor Giovannina, ringraziava il Signore di aver trovato in Suor Maria quell’aiuto e quel conforto di cui sentiva tanto bisogno nella sua infermità.
Ella si sentiva altresì al termine della sua esistenza terrena. Infatti, dopo un’ultima breve malattia di soli tre giorni, lasciò inconsolabili le sue care sette figlie il 20 Dicembre 1897.
Superiora dell’Istituto
Il 30 Dicembre 1897 venne eletta Superiora Suor Vittoria Betti, la quale, per sua umiltà e l’età avanzata, si fece esonerare dalla carica. L’E/mo Cardinale Bausa, vista la rinuncia, nominò senz’altra votazione a Superiora Suor Maria Mosca (12 Gennaio 1898). La Serva di Dio accetta con rassegnazione l’arduo compito in tempi assai difficili, ma non si perde d’animo. Da quel giorno si sente madre soprattutto delle educande che vorrebbe assistere una per una. Alla sera, sebbene affranta dall’assillante lavoro, radunava le sue care figliuole per esortarle alla dolcezza, alla pazienza, alla presenza di Dio. Aveva talvolta momenti di forti preoccupazioni e allora le manifestava all’E/mo Cardinale che non le lasciava mai mancare il suo conforto ed il suo consiglio.
Le prove maggiori per Suor Maria, in questo periodo, sono di carattere finanziario e si comprende quando si pensi che in cassa, quando entrerà in ufficio, furono trovati dodici centesimi. Ecco un fatto singolare avvenuto il 20 giugno 1898, che conferma quanto ho detto. Con la morte di suor Giovannina era giunto il momento di pagare la tassa di successione. Si trattava di una grossa somma per quei tempi, di cui nella cassa non esisteva nemmeno l’indizio. Il Cav. Antonio Ciardi Duprè, amministratore della casa, che aveva altre volte fatto fronte alle spese, ora si mostra inesorabile, e per il mezzogiorno attende tutto l’importo della tassa. Suor Maria, che intanto gli aveva inviato cento lire avute in prestito, sente una pena indicibile. Si rivolge a Gesù e Gli dice: “Tu lo sai, o Signore, che io ho fatto quanto ho potuto, ma dove e a chi mi devo rivolgere se non a Te?”. E la Divina Provvidenza viene quasi prodigiosamente in soccorso. Alle undici ecco venirle recapitata una lettera della Baronessa Stum contenente una cospicua somma; ma non è sufficiente. A mezzogiorno col volto sereno, ma col cuore spezzato, va a tavola con la sua Comunità. Appena fatto l’atto comune, ecco giungere una lettera del fratello Carlo con il resto della somma bastante per pagare la tassa. Quanto Suor Maria abbia sofferto in questa circostanza si può giudicarlo dalla seguente frase pronunziata inviando il denaro al Sig. Ciardi Duprè: “ Ditegli che non ho mai patito come oggi. Se non muoio ora non muoio più”.
Suor Maria Mosca sapeva di avere intrapresa la via dolorosa del Calvario, perciò la croce che Gesù le aveva posto sulle spalle le sembrava ancor molto leggera. Essa ripone la sua fiducia in Dio e quando le vengono a mancare gli aiuti umani, non si perde d’animo. Così avvenne per la morte del grande benefattore, il Cardinale Bausa che aveva sempre preso parte alle gioie e ai dolori dell’Istituto.

La prima Casa filiale
Prega e fa pregare affinché il Signore si degni di far germogliare il piccolo grano di senapa. Gioisce entrando a far parte della Comunità anime generose e le par giunto il momento di aprire la via a nuove attività. In occasione di una solenne funzione, raccomanda al nuovo Arcivescovo S.E. Mons. Alfonso Mastrangelo l’Istituto tanto amato e tanto provato dal Signore. Nel 1901 spunta il primo ramo del tenero albero con l’apertura della prima Casa filiale a Casale Marittimo. Con quale commozione Suor Maria prepara le sue figlie all’apostolato in mezzo al popolo! Le sue meditazioni ed esortazioni erano così profonde e convincenti che le buone religiose sarebbero andate in mezzo al fuoco pur di lavorare per la gloria di Dio. Nel locale destinato alla nuova opera trovarono lo squallore e la povertà di Nazareth, tanto che in uno degli ambienti, prima adibito a stalla, esisteva ancora la greppia. Dopo le indispensabili riparazioni, furono accolti numerosissimi bambini da non sapere dove tenere. Il Municipio, apprezzando tanto fervore di bene, metterà poi più tardi, a loro disposizione un appezzamento di terreno per la costruzione di un Asilo secondo le norme igieniche.
Intanto attraverso numerose e dure prove, l’Istituto era arrivato a cinquant’anni di vita enumerati dalla sua fondazione. Suor Maria Teresa Scrilli, che aveva chiuso i suoi giorni terreni assistendo al doloroso crollo della sua istituzione, poteva ora rallegrarsi e guardare con compiacenza di madre a quella sua figliuola spirituale che ne aveva rialzato le sorti.
IL CINQUANTESIMO DI FONDAZIONE DELL’ISTITUTO fu celebrato con decoro nell’Ottobre 1904. Suor Maria considerava questo fatto come una tappa dopo un faticoso cammino, onde riprendere la via con rinnovata lena. Ma quante lotte e quanti sacrifici per combattere l’estrema penuria che una volta entrata non voleva più uscire! Le virtuose suore erano contente di prestare allo Sposo Crocifisso le quotidiane mortificazioni, ma ignoravano le indicibili pene che Suor Maria provava quando venivano a mancare totalmente i mezzi finanziari. A giorni in cassa non figuravano nemmeno i pochi centesimi per comperare il sale. Una volta venne anche a mancare il pane. La buona Madre rivolge a Dio questa preghiera: ”Mio Dio, son tue queste figlie. Pensaci Tu, io confido in Te!”. Non giunge il mezzogiorno che uno sconosciuto signore si presenta alla Superiora e offre 200 lire per sue opere.
Ma la più dura prova fu quando mancò il lavoro per le suore e per le bambine. Fu un periodo di vere ambascia. Dopo averlo cercato ovunque, la buona Madre incoraggia le sue figlie dicendo: ”Sembrano chiuse tutte le porte, è vero, ma bussiamo alla grande porta del cuore di Maria. Ella che ha tanto sofferto perché non mancasse nulla al piccolo Gesù, avrà pietà di noi”. Questa volta è un Sacerdote, che la Madre non conosceva, a presentarsi e chiedere se cercavano lavoro. “È da tanto!” dice la Madre traendo un sospiro. Il Sacerdote dà le indicazioni di una Ditta che in seguito non lasciò mai mancare il lavoro al povero Istituto.
Ma un dolore ben più grave sopraggiunge a mettere a tutta prova la fortezza d’animo della nostra cara Madre. Lo stabile di Via dello Scalo doveva essere venduto per ordine dei Superiori. Una grave minaccia incombeva sulle istituzioni religiose. Suor Maria non si turba. Insieme alle sue figlie raddoppia lo zelo per la gloria di Dio e delle anime. Incomincia ansiosa le ricerche di un locale adatto e finalmente lo trova in Via Poggio Bracciolini.
In mezzo a persecuzioni di ogni genere, il suo pensiero si fermava sovente sull’Ispirazione avuta di consacrare l’Istituto alla Vergine del Carmelo, cambiandone anche la denominazione. La voce del Maestro si fa in lei sempre iù distinta, perciò essa esprime il volere di Dio anche ai Superiori; ma essi vi oppongono difficoltà forse perché temevano la fine dell’Istituto così duramente provato.
Il 16 luglio 1904 aveva già inoltrato pratiche senza nulla concludere. Nel 1908 le riprende con indomito coraggio. Ma lunga era la via da percorrere prima di giungere allo scopo. Non si abbatte, aumenta la sua fiducia in Dio e riversa tutte le sue pene ai piedi di Gesù Sacramentato.

Vita di sacrificio – apertura di altra Casa
Il 19 marzo 1910, mentre se ne stava in orazione, ebbe la visione di introdurre la pratica della Comunione riparatrice. Stabilisce di iniziarla il giorno seguente ed ancor oggi vien fatta in tutte le Case.
Il Divino Artefice andava forgiando l’anima ardente di Suor Maria. Fra le sue memorie troviamo la seguente offerta fatta al Signore il 3 giugno 1910:
“O mio Gesù, tutto per amor vostro.
1_Rinunzia di tutti i desideri. 2_ Umiliazioni estreme. 3_Abbandono delle creature. 4_Aridità e desolazioni interne. 5_Abbandono apparente di Gesù. 6_Lotta con le proprie passioni. 7_Desiderio di amare sommamente Gesù e restare un ghiaccio. 8_Volere adoperarsi per la gloria di Dio e della SS.ma Vergine e non poter fare cosa alcuna. 9_ Speranze sempre deluse. 10_ Debolezza e incomodi di salute. 11_ Deficienza di mezzi finanziari. 12_ Locale disadatto alle opere. 13_ Scarsezza di soggetti. 14_ Piccolo numero di alunne. 15_Contrarietà della vita”.
Offerta incessante delle suddette pene interne ed esterne per la gloria di Dio, in riparazione continua per le ingratitudini e le offese che si fanno verso di Lui e per la conversione dei peccatori. Laus Deo, essa stava bevendo a larghi sorsi il calice dell’amarezza. Le condizioni dell’Istituto erano assai tristi. I Superiori stessi consigliano di cercare un Convento al quale unirsi. Pur sentendo che il Signore dispone altrimenti, ubbidisce; ma nessuna Comunità si sobbarcava di ricevere le povere religiose. Suor Maria non se ne doleva troppo, anzi vedeva in ciò la chiara volontà di Dio.
Il sogno di mandare le sue religiose a lavorare in altri campi stava per avverarsi. Nell’agosto del 1910 l’E/mo Cardinale Maffi di Pisa si rivolge alla Madre Mosca per aprire una Casa nella sua Diocesi. Essa accorre; esprime la degno Prelato la sua gratitudine, poi si porta a Pietrasanta per la ricerca di un locale adatto. Ritorna contenta tra le sue figlie. Intanto il nemico del bene fa scatenare una furiosa tempesta: la scuola religiosa non sarebbe stata aperta, a nessun costo accettata, né tollerata dai dirigenti del paese.
Il mobilio strettamente necessario era già stato caricato, quando si riceve un telegramma di sospendere l’invito. Più tardi, con un espresso, si riceve spiegazioni dall’E/mo Cardinale, invitando Suor Maria a recarsi a Pisa senza alcun bagaglio. Essa parte subito con un’altra religiosa e si presenta al degnissimo Prelato che le riceve affabilmente. Il giorno seguente, ricevuto il Pane dei Forti dalle mani di sua Eminenza, le due suore prendono il treno per Pietrasanta. Con l’aiuto di una buona signorina sarebbero entrate segretamente nel casamento preso in affitto. Arrivate alla stazione, il cielo manda una pioggia provvidenziale. Si fanno un dovere di recarsi in Canonica dal Sig. Proposto. Giuntivi, arriva contemporaneamente una diligenza. Il vetturale chiede di due suore che dovevano essere arrivate alla stazione. Esse salgono e, fra lo scrosciare della pioggia, arrivano alla Villa della Contessa G. che attendeva. Ma appena le vide, ordinò senz’altro che fossero ricondotte in canonica poiché non erano quelle attese. Solo verso sera poterono recarsi alla casa dove trovarono preparate due branducce ed alcune coperte. Appesa alla parete trovarono un vecchio quadro rappresentante la Madonna del Carmelo e questo fu tutto il loro conforto. I primi giorni trascorsero nelle più grandi ristrettezze mancando di tutto. Lo squallore di quella casa sarebbe stato avvilente, se non si fosse presto popolata di alunne. Parte della popolazione si era calmata, mentre la parte avversa indisse un comizio con l’intervento dei socialisti dei paesi vicini allo scopo di scacciare le Suore che, secondo loro, o corrotto la gioventù. La Madre avverte le Autorità. La casa venne circondata dai carabinieri, ma le buone Suore non furono per nulla impaurite. Se ne stettero in preghiera finché i facinorosi, senza nulla concludere, tornarono alle loro case. Dio aveva trionfato per mezzo di due povere religiose.
Dopo l’apertura della casa di Pietrasanta nel 1910, altre ne seguirono: a vico pisano nel 1911 e, nell’Ottobre, la riapertura, con nuovo locale, a casale Marittimo. Le tre Case poterono esplicare con serenità la loro feconda opera di bene. La nostra buona Madre si era fatta un dovere di dirigere il più possibile personalmente le nuove Case e portare la sua parola confortatrice a quelle sue figlie messe, quasi senza esperienza, ad un lavoro così arduo.
Venne anche il giorno di dover lasciare l’abitazione di Via dello scalo per trasferirsi nella villetta di Via Poggio Bracciolini. Per la ristrettezza del locale si dovette ridurre il numero delle educande e ciò fu grave dolore per Suor Maria che desiderava dare sempre maggiore sviluppo alle sue opere. In questa casa la Madre dimostrò una grande umiltà ed un forte spirito di mortificazione, scegliendo per sé la camera più ristretta in cui entrava solo il letto ed un piccolo scrittoio per il lavoro notturno.

Primo Capitolo Generale – Altre Fondazioni
L’Istituto ha ormai bisogno di una nuova forma di governo e Suor Maria di Gesù, dopo una faticosa giornata di lavoro, si accinge ad indire il primo Capitolo generale. Il 24 novembre 1914 invia una circolare in cui invita tutte le sue figlie ad innalzare preghiere affinché tutto si svolga in conformità della volontà di Dio. La grazia del Signore, implorata anche attraverso un corso di Santi Spirituali Esercizi, scende ad illuminare le menti delle elettrici. A Capitolo compiuto ne risultò che Suor Maria era eletta a pieni voti a Superiora Generale dell’Istituto, come era da aspettarsi.
Con rinnovato ardore la Madre riprende la via dolorosa dominata da tre potentissimi desideri: 1- lavorare per la gloria di Dio, 2- consacrare tante anime al Signore, 3- portare i poveri peccatori al Cuore di Gesù. Per questi tre ideali sacrifica tutti i momenti della sua vita e passa lunghe ore presso il Tabernacolo.
È una festa per il suo cuore quando vengono richieste nuove fondazioni. Perciò non sa rifiutarsi quando la Nobil Donna Marchesa Fannj Ricci Paracciani chiede l’apertura di un Asilo a Montesicuro (Ancona) e neppure ricusa quando da Offagna (Marche) nel 1914 si richiede l’opera delle Carmelitane. Mancano gli elementi da inviare nelle nuove Case, ma Suor Maria non si sgomenta e, con l’aiuto di Dio, alla fine tutto è sistemato.
Nello stesso anno si apre un’altra Casa a S. Domenico di Fiesole, Casa che durante la Grande Guerra si trasformò in Ospedale Militare, in cui prestarono pure assistenza le figlie del Carmelo. La scuola fu trasferita in un Villino poco distante e, terminata la guerra nella grande Villa di Boscobello, in cui venne eretto anche un Pensionato per signore. Le cose andavano molto bene, quando avvenne lo scoppio della polveriera di S. Gervasio che rovinò gran parte della Villa. Per questo motivo le religiose dovettero abbandonare l’opera.
Durante la Grande Guerra la Madre è l’angelo consolatore di tante madri, di tante spose, di tanti bimbi; assiste i malati e feriti. Accetta lavoro per i militari e ne distribuisce alle Case. Si apre un Nido per i figli dei richiamati al Fronte dei marmi e le Suore si alternano in quest’opera altamente cristiana e patriottica.
Quanti pensieri e quanti viaggi, povera Madre, per portare in ogni casa la sua parola confortatrice! Ma essa non li conta e vuol essere tutta per ognuna delle su suore.
Tutte le circostanze lieti e tristi sono argomento alla nostra Madre di meditazione e quelle più memorabili le servono di occasione per chiudere il passato e di punto di appoggio per un nuovo e migliore avvenire. Così la vera esplosione di affetto di cui è circondata con la celebrazione del suo venticinquesimo anniversario di vestizione, la detta occasione di ritornare agli anni passati per ringraziare ed ammirare la bontà del Signore che sempre aveva vegliato sul caro Istituto perché, come fragile navicella, non venga scossa dai marosi né vada ad infrangersi contro gli scogli. E dopo essersi resa conto di quanto rimaneva ancora a fare, chiede a Gesù la forza di continuare il cammino.
 Con la fondazione della Casa di Borrello (28 agosto 1916) Suor Maria intende di incominciare negli Abruzzi una vera missione. Le suore si trovano in principio un po’ a disagio per la diversità dei costumi e del linguaggio. La nostra Madre sa che una visita può sollevarle dall’abbattimento e, non curando la sua salute, abitualmente scossa, intraprende spesso il lungo viaggio reso anche più difficile dal tempo di guerra.
Uno di questi viaggi può chiamarsi avventuroso e resterà memorabile per ciò che di straordinario vi accadde. Suor Maria di Gesù parte da Firenze il 9 novembre 1916. Dopo due giorni di treno, arriva a S. Vito di lanciano, stazione alla quale doveva scendere; invece è costretta a continuare la corsa fino ad un altro paese del tutto sconosciuto. Erano le 22  e pioveva a dirotto. Aspetta una diligenza che, dopo tanto arriva.
La Madre si rallegrava di aver ormai finita la peregrinazione, quando il vetturale la fa scendere con mal garbo per far posto ad alcuni soldati. Si trova così nel buio, piantata nel fango, inzuppata d’acqua. Non sapendo orientarsi, siede affranta sul ciglio della strada col pianto che le serra la gola. Supera quel momento di debolezza e prende fra le mani l’unica arma che tiene con sé: la corona del S. Rosario. Invoca la Vergine Benedetta perché le faccia intravedere un lume a cui dirigersi. Pensa intanto alle sue care figlie che l’attendono e, dimenticando la stanchezza, continua la via brancolando nel buio. Finalmente vede un povero casolare illuminato. S’avvicina e bussa; la porta si apre. Con grande sua meraviglia vede un grazioso bambino che subito aiuta la mamma a tener acceso il fuoco per riscaldare la pellegrina ed un buon vecchietto che si affretta a prepararle una buona tazza di latte. Suor Maria non sa a che cosa attribuire tale fatto e ringrazia infinite volte il Signore di essere stata accolta da quelle creature che sembravano discese dal Cielo. Dopo una breve sosta, si congeda; ma il buon vecchietto vuol farsi da guida e la conduce ad una trattoria da cui dovrà attendere la diligenza che la porterà alle sue care figlie. Non ha tempo per ringraziare il buon vecchio perché si è dileguato. In altri suoi viaggi la Madre farà ricerca di quella misteriosa casa e di quei dolci sembianti, ma essa, forse, non li vedrà che in Cielo.

Ascensioni del suo spirito e sua attività esteriore
Suor Maria, nonostante il lavoro e le forti preoccupazioni, è sempre assorta in Dio ed in certi momenti questa unione la inonda di tanta gioia e di tanto desiderio di patire da prorompere in ardenti espressioni come la seguente:
“8 ottobre 1917. Oh, giorno felice! Io non ritrovo più me stessa. Sento di essere tutta perduta in Te, Gesù mio, come una goccia d’acqua nel grande oceano. Ora davvero sono tutta tua e nulla più mi potrà separare da Te. Che parole Ti sei degnato dirmi, o mio Gesù: Incomincia in questa terra l’unione che avrai con me in Cielo”. Ma a temperare tanta letizia che cosa hai fatto, mio Gesù? In una tua immagine che mi hai fatto inviare, come in realtà, hai porto a me il tuo Calice perché vi appressassi le labbra per trangugiarlo. Ebbene, si, o Gesù, io lo berrò insieme a Te in tutti i giorni della mia vita. Non è questo il voto che Tu hai voluto da me? Operare in tutto il più perfetto a sola Tua gloria e a bene della anime, rinunziando e annientando tutta me stessa”.
E questo annientamento e questa rinunzia viene attuandosi minuto per minuto nella sua vita. Vede crescere i bisogni delle Case, ed essa pur soffrendo nel lasciare la Casa Madre, vola dalle sue figliuole che la aspettano per riversare nel suo cuore tutte le loro pene. Con intuito materno prevede le loro necessità e a tutte sa dare il consiglio sicuro, la parola che sprona a continuare con alacrità l’opera intrapresa. “Sono una commessa viaggiatrice della Divina Provvidenza e non mi posso rifiutare anche se il cuore soffre nel lasciarvi” diceva a chi l’avrebbe voluta trattenere più a lungo.
Uno dei desideri più vivi di Suor Maria era di aprire una Casa a Osimo, sua città natale. Il Signore volle in ciò molto provarla. Per parecchi mesi riuscirono vane le sue ricerche di un locale adatto pur avendo ottenuto già il permesso dalle autorità ecclesiastiche e civili. Ritenta ancora una volta e trova finalmente una casa che si prestava assai bene per un Giardino d’Infanzia. Così il 1° dicembre 1917, con grande giubilo del suo cure, vide fondata l’opera che avrà in seguito grande sviluppo. “Sempre più e sempre meglio” era il programma di quest’anima ardente per il bene delle anime. E quando si chiede l’assistenza delle Suore Carmelitane nell’Ospedale di Ronta, in ci erano accolti ufficiali affetti da tubercolosi, dopo un momento di esitazione, pensando se ciò poteva recar danno alla salute delle sue figliuole, accetta confidando nell’aiuto del Signore. Sette buone religiose si offrono spontaneamente per quell’opera tanto delicata.
In questo periodo è occupata per la compilazione delle nuove Regole. Ne vede la necessità, riconosciuta anche dai Superiori ecclesiastici, ma non sa decidersi, perciò scrive: “Ero risoluta di riporre il pensiero, quando sentii chiaramente dentro di me: “Incominciai, ti darò il mio aiuto”. Titubai ancora un poco, poi presi la penna. Non durai fatica. In un momento trovai il modo di abbozzare in dodici capitoli tutte le Regole …”.
Il 25 gennaio 1918 le nuove Costituzioni vengono presentate a S.E. l’Arcivescovo, il quale le approva ad esperimento. La Madre ringrazia di cuore il Signore e canta insieme alle figlie un solenne Te Deum.
Nel giugno del 1919 sopraggiunge la grande catastrofe del terremoto che devastò in modo particolare le terre del Mugello. I poveri ammalati dell’ospedale di Ronta vengono trasportati a Firenze, mentre le Suore rimangono per qualche mese attendate nel giardino a custodia del materiale. La nostra buona madre accorre dalle sue generose figlie e condivide con esse gli ultimi gravi sacrifici.
Come già accennato, il 16 luglio 1904, la Madre aveva iniziate le pratiche per dare all’Istituto una nuova denominazione. La vergine ora le faceva sentire con più insistenza che voleva essere onorata sotto il titolo del Carmelo. Suor Maria di Gesù ne parla sovente col suo Confessore che si mostra sempre contrario all’idea di lei. Espone allora il suo desiderio anche al Rev/do Padre Alberto Bertieri del Carmelo di Firenze che l’appoggia ben volentieri. Finalmente, dopo quindici anni di ansiose alternative ottiene il consenso definitivo il 25 gennaio 1919. È una gran festa per la Madre e per le figlie le quali promettono di vivere sempre sotto il manto di Maria.

Sorge il Carmelo

Si affaccia ora il problema di trovare per la casa madre un locale, poiché la Villa di Via Poggio Bracciolini era stata venduta e le Suore avevano ricevuto lo sfratto. In questo periodo di faticose vicende la Madre scrive: “Che giorni tristi e distratti trascorro! Sempre in giro per vedere case e mi stanco senza conclusione … mio caro Gesù, abbi pietà di me. Io non voglio altro che ciò che Tu vuoi. Mamma mia cara, non mi abbandonare”.
Si presentavano varie proposte di affitto, m la Madre non le trovava di suo gusto. L’acquisto di una villetta nei pressi di S. Gervasio sembrò conveniente. Era necessario decidere subito. Suor Maria invita le sue figlie alla preghiera, ed essendo vicina la festa di S. Giuseppe, fa cominciare un triduo al potente Santo. Ecco, nello stesso giorno, all’ora del pranzo, presentarsi il falegname di casa, guido Cecchi, ed annunziare alla Madre che in Viale Michelangelo, 43 vi è un locale da vendere. Non se lo fa dire due volte. Va, le piace, ne tratta subito l’acquisto. Nel suo taccuino scrive:
”Evviva Gesù! Evviva Maria! Sorge il Carmelo dopo quindici anni di desideri e di sospiri! “. Era il 9 marzo 1919.
Ed ancora oggi nel caro nido, posto l di fuori e al di sopra della città, le future figlie del Carmelo ricevono la loro formazione. Dalla Casa centrale parte la guida, la luce, la direzione a tutte le Case filiali. Il 24 maggio 1919, l’E/mo Cardinale Mastrangelo inaugurava la cappella e vi celebrava la S. Messa.  In quest’occasione rivela alla madre Generale parole che resteranno testamentarie per l’Istituto: ”Madre Fondatrice, quante Case avete fondate?” e Suor Maria con umiltà risponde: ”Eminenza, nessuna io …” ed accennando col dito al Cielo “Gesù Benedetto ha fatto tutto Lui” e l’Eminentissimo  a lei: “Lo so, lo so che Gesù apre le case e voi vi prendete il nome di Fondatrice, ebbene continuate ad aumentare il numero delle vostre opere per la gloria di Dio ed il bene dell’umanità”. Il 16 luglio l’Istituto di “Nostra Signora del Carmelo” con una particolare festa dimostrava alla Vergine la sua riconoscenza e consacrava a Lei tutte le opere esistenti e quelle future. La nostra Marre passò quasi tutto il giorno in Cappella a dare sfogo al suo grande amore a Gesù e alla Vergine del Carmelo. Ai piedi di Gesù Sacramentato essa trascorreva ore di Paradiso ed il volto si trasformava.
Un giorno in cui Gesù era esposto solennemente, gli occhi della madre non sapevano distaccarsi dall’Ostia Divina. Trascorre qualche tempo in dolce contemplazione, si scuote e chiama a sé le poche suore allora presenti per l’adorazione. E invita ad osservare il Pane Eucaristico e a dire ciò che in esso vi scorgevano. Molto ben distinta si vedeva l’immagine di sei suore ed una settima posta più in alto. Il Sacerdote, Don Giovanni Vestri, venuto all’Istituto per la benedizione Eucaristica, fece la stessa constatazione. Non è da dubitare che il Signore abbia premiato con qualche segnalato favore un’anima tanto a Lui cara. Del fatto su accennato non se ne parlò più, ma i testimoni oculari rimasero molto commossi. Dopo poco tempo fecero domanda e furono accettate sei suore provenienti da altro Istituto ed un’altra pure venne a far parte della nostra Comunità che fu poi la confidente della Venerata Madre. Alla vita contemplativa Suor Maria Mosca univa una feconda attività. Nel 1919 si aprirono, a distanza di pochi mesi, la Casa di Azzano (Diocesi di Pisa, Provincia di Lucca) e di Collamato (Marche); si assume il servizio interno di Economato nel Convalescenziario militare d Monteuliveto in Firenze e, nel novembre, si fonda la Casa di Pruno (Pisa).  Trascorsi sei anni dal primo Capitolo Generale, la nostra cara Madre indice il secondo, preparato con fervorosa preghiera. Viene rieletta Madre generale dell’Istituto ed essa piega il capo e pronuncia il suo fiat pronta a rimanere sulla breccia. Con zelo sempre crescente corre da una casa all’altra sempre carica di bagagli pur di andare incontro a tutti i bisogni anche materiali delle sue figlie. A chi le faceva qualche osservazione rispondeva: ”Sono il ciucchino di Gesù e sono felice di lavorare per Lui”.
Nel 1920 vengono fondate le case di Piana di Buonconvento, Camerata Picena, Peretola, Castiglione Messer marino. In quasi tutte le case le buone religiose trovano la povertà più assolute, ma esse erano ben contente di pensare alla misera Capanna di Betlem. Il Signore intanto veniva glorificato dalle sue Spose e faceva piovere in sempre maggior copia le sue grazie sulle opere da Lui volute. In ogni Casa Suor Maria di Gesù vedeva l’intervento della Divina Provvidenza. Un giorno, mentre si recava in visita all’Ospedale di Monteoliveto, fu ispirata di andare in Curia Arcivescovile. Nello stesso tempo il Vicario Generale Mons. Gioacchino Bonardi aveva fatto chiamare la Madre Mosca. Quale sorpresa fu per lei quando le venne presentata una Suora perché l’accettasse nel suo Istituto! La sera stessa la nuova venuta faceva il suo ingresso al Carmelo accolta con amore dalla Comunità. “È l’inviata della Divina Provvidenza” diceva la Madre. Infatti il Signore volle che queste due anime s’incontrassero per comprendersi, per aiutarsi, per confortarsi.

Ancora nuove fondazioni – pene dell’apostolato

Anche nel 1921, la nostra madre, sempre confidando nell’aiuto del Signore, accetta la fondazione di nuove Case, alcune delle quali le fanno assumere una certa responsabilità, come l’Istituto del buon Pastore ad Ancona ed il carcere Giudiziario Femminile, pure in Anona.
Gode nel pensare che le sue figliuole lavorano e si sacrificano per la gloria di Dio, ma soffre nello stesso tempo quando sa che qualcuna è colpita da qualche infermità. Le vorrebbe tutte presso di sé, perciò, con incalcolabili sacrifici, fa portare le più bisognose di cure in Casa Madre. Soffre anche a non essere vicina ad altre che si trovano in località disagiate. Pensa alle buone suore di Castiglione, che nelle lunghe invernate restano quasi sepolte dalla neve. Per uscire dall’Asilo devono aprirsi dei varchi, specie di gallerie; spesse volte escono dall’ultimo piano e, camminano sui tetti, giungono alla Chiesa Parrocchiale.
La nostra buona Madre, per dimostrare quanto fosse loro vicina, volle giungere inaspettata fra le sue figlie. Quanta bontà e quanta delicatezza! Non si concedeva mai un po’ di riposo, nemmeno quando tornava stanchissima dalle sue visite. A Casa Madre c’era sempre tanto lavoro specialmente per la preparazione alla santa Vestizione e Professione.  
Essa voleva che le figliuole fossero ben preparate a compiere atto tanto importante e perciò faceva ella stessa quelle istruzioni e quelle raccomandazioni che serberanno care tutta la vita.
Gli anni del dopo guerra furono difficili e burrascosi per tutti, ed anche la Madre, che spesso viaggiava, ebbe molto a soffrire. Una volta fu minacciata di essere gettata dal treno se non avesse acconsentito alla pazzia di alcuni scalmanati che volevano sostituire il suo velo ad un cencio rosso. Essa i alzò coraggiosamente in piedi e mostrando il Crocifisso disse: ”Gesù è morto in Croce per salvare tutti i peccatori. Se Egli vi permette di gettarmi dal treno, io fin da questo momento intendo di offrire la mia vita perché vi faccia ravvedere ed abbia misericordia delle vostre anime”.
Altra volta, discesa dal treno con una squadra di socialisti la invitarono a portare la bandiera. Essa si avviò verso l’uscita senza curarsi di nulla quando si accorse che il vessillo pendeva dal suo capo. Si volse di scatto dicendo:
”Bella figura farete entrando in città e mostrando di aver bisogno che io vi porti la bandiera!” Si ritirò in disparte finché il corteo fu tutto sfollato, poi si recò a piedi e indisturbata al suo Carmelo dove le figlie l’aspettavano trepidanti.
Altra volta viaggiando da Firenze a Pisa, giunta ad Empoli, salirono sul treno una ventina di giovanotti che cominciarono a deriderla e a minacciarla mostrandole i pugni sul viso. La nostra coraggiosa Madre per niente sgomenta, fece comprendere, con molta tranquillità, quanto si comportassero male anche per l’anima loro. Alcuni continuarono a pronunciare frasi banali in tono canzonatorio, altri si chetarono e, prima di scendere, chiesero scusa della loro maleducazione.
In queste circostanze la nostra Venerata Madre mostrò una impareggiabile fortezza d’animo e una tenera compassione per i poveri peccatori. Essa sentiva pietà per tutte le miserie umane. Accetta quindi nel 1922 di mandare le sue figlie all’Ospizio di Mendicità a Lanciano (Chieti) e non sa porre rifiuto quando le vengono richieste le suore per il sanatorio di Careggi (Firenze). Si trovava seme di fronte al grave problema: mancanza di personale. Quando se ne lagnava col suo Sposo, Egli si divertiva a presentare altre fondazioni. Allora comprendeva che la sua fiducia nell’aiuto del Signore doveva essere illimitata. Nell’agosto manda ad Osimo alcune religiose per una Colonia elioterapica e nel settembre ne manda altre al Seminario Arcivescovile di Lanciano. A questo proposito cade in acconcio il seguente episodio:
Il occasione di una visita della Madre al seminario, S. E. Mons. Piccirilli, Arcivescovo di Lanciano, mandò un vetturale ad incontrala alla stazione, dicendogli di far salire in carrozza la Mare Generale del Carmelo. Il povero uomo capì invece “la Regina del Carmelo”. E quanto rise la Madre quando, all’arrivo, sentì chiedersi: ”È lei la Regina del Carmelo?” era si, per il Carmelo la sovrana prudente che governa con tanta saggezza. Essa era sempre occupata delle cose celesti e ciò si rivela dagli appunti del 20 ottobre 1922.
“Voglio prendermi un momento di tempo per tenermi memoria della meditazione di lunedì che Tu, o buon Dio mi concedesti di fare in automobile per recarmi ad Ancona. Tu mi suggeristi di considerare l’immensità dello spazio sconfinato. Io vedeva milioni e milioni di mondi, di pianeti e di stelle … il cielo azzurro sconfinato e al di là, dove i miei occhi non potevano vedere, forse altri milioni e milioni di altri mondi … e ciò tutto regolato da una legge, che certamente supponeva un Legislatore che non ha potuto avere mai principio. In questo Essere consideravo Te, mio Dio, e l’anima mia godeva di essere tua creatura e pensavo al suo ultimo fine con fiducia e gioia, e si staccava da questa terra per sollevarsi a Te, supremo padrone dell’universo. Temevo quasi di non essere considerata da Te, quando ad n tratto, oh, gioia, oh felicità! Oh santo timore! Ti sentii vicino a me! Anzi dentro di me …  so dire, o mio Dio, perché le tue visite non si possono descrivere … dirò solo che da quel giorno beato io Ti sento sempre vicino a me … un nuovo orizzonte si spiega ai miei occhi. Vergine SS.ma custodisci la tua figlia, perché non sia troppo indegna del suo Divin Padre”.
Il III° Capitolo Generale – il Carmelo si estende ancora
Il 4 gennaio 1923 il Signore viene a visitarla con una grave malattia. Una flebite infettiva la ridusse all’immobilità. La Serva di Dio fa pregare le sue figlie per chiedere la guarigione e così lavorare ancora per l’Istituto. Rivolge le sue suppliche alla madre Fondatrice affinché dal Cielo l’aiutasse. Un giorno in cui si sentiva peggio del solito, le parve di vedere  accanto al suo letto la Venerata Madre Fondatrice che sorridendo le diceva: ”Non a me rivolgetevi ma alla S. Bambina” e Maria dopo un triduo di fervorose preghiere, si degnò ridonarle un notevole miglioramento, che gradualmente la portò a guarigione completa.
Subito la indefessa operaia del Signore, indice un terzo Capitolo Generale per un migliore incremento dell’Istituto ed una maggiore diffusione del bene. Rieletta all’unanimità Superiora Generale e coadiuvata da nuovi elementi componenti il Consiglio, la nostra buona Madre si porta da una casa all’altra a dirigere, a sistemare, ad incoraggiare.
Nel settembre del 1923 si apre la casa del Poggiolo in cui le suore trovarono ogni conforto per merito della generosa benefattrice la Duchessa Maria Grazioli Lante della Rovere. Da questa fondazione seguono quelle di Buonconvento e Precona.
Un cenno sulle vicende della fondazione di Precona. Essa era, ed è, una grande tenuta dei Marchesi Rusconi, nelle Lande del Polesine, priva di scuola e di chiesa e di quanto può chiamarsi comodità. Nessuna delle Superiore di altri Istituti si sentiva di affrontare le gravi difficoltà. Ma la Madre, prima di dare rifiuto, si decide a recarsi sul posto accompagnata dall’Economa Generale Suor Fedele Frappa. A due chilometri da Precona, le ruote della macchina affondano nel pantano e fu solo possibile proseguire con l’aiuto di quattro buoi. Nessun argomento da parte della Madre, la quale vide anzi in questo un motivo di più per accettare la fondazione. Essa pensava a tanta gioventù che da anni cresceva senza cristiana educazione.
Preparò a questa vera missione alcune fra le sue più generose figlie e il 23 aprile 1924 partirono col desiderio di elevare quella povera popolazione che viveva in una assoluta ignoranza religiosa. I sacrifici erano immensi e quotidiane le rinunce. La più grave difficoltà era la lontananza dalla Parrocchia di sei chilometri, alla quale le Suore si recavano ogni mattina per il S. Sacrificio e ricevere il Pane dei Forti. Il seme gettato a larga mano dalle prime apostole si è trasformato in pianta rigogliosa pronta a dare molti frutti e coi frutti altri semi.
Prima della fine del 1923 la Venerata Madre si era sobbarcata a ben altre fondazioni: due a Castelfidardo ed una terza a S. Angelo del Pesco. Ogni fondazione rappresentava un aumento di sacrifici e di preoccupazioni specialmente per la scelta di elementi adatti. Ecco ciò che scrive in proposito la Madre: “ Negli ultimi del 1923 Tu, o Signore, hai fatto aprire al Piccolo Carmelo cinque Case, ora ne vuoi un’altra … ma guarda, o Gesù, il Carmelo non ha i soggetti … mandane, Te ne supplico, mandali buoni, innamorati grandemente di te e del bene delle anime. Allora con la Tua grazia, potranno fare anche miracoli, se occorre”.
Nel 1925 si aprono le Case di Casteldemilio, Mergo e Goricizza. In questi brevi appunti della nostra Venerata Madre, troppo brevi per una vita così ricca di virtù e di opere, è stato accennato alla sua abituale condizione non buona di salute, sempre debole e scossa per i disagi procurati dai frequenti viaggi e dalle veglie notturne. Essa sapeva così bene nascondere sotto il suo bel sorriso gli affanni dello spirito e la debolezza del fragile corpo da toglierci ogni preoccupazione.
È colpita da paralisi
Ma il 15 ottobre 1925, festa di S. Teresa, dopo una giornata di sante emozioni, venne colpita da paralisi dalla parte sinistra e andò peggiorando nei giorni seguenti. Come tutte le grandi anime, essa accettò dalle mani del signore questa terribile prova e, abituata a ricavare il bene anche dal male, dice a Gesù:
”Tu, o mio Dio, vedevo che la troppa attività mi faceva trascurare le cose dello spirito, perciò mi hai mandata questa infermità affinché pensassi maggiormente alla mia santificazione”. La sua rassegnazione era perfetta, ma noi non sapevamo adattarci all’idea di vederla così gravemente colpita. La S. Bambina, che altre volte l’aveva guarita quasi prodigiosamente, ascoltò ancora una volta le nostre suppliche, così che, dopo circa un mese, incominciò a riacquistare la sensibilità nella mano dell’arto colpito. Per noi fu un trionfo e, sebbene in seguito non potesse muoversi che per casa, ringraziammo il Signore di saperla ancora in grado di continuare il governo dell’Istituto. Ma il suo Divino Sposo Crocifisso, perché meglio gli assomigliasse, volle imprimere altre pene al martoriato corpo. Nel 1926 si manifestarono i calcoli al fegato che le recarono disturbi penosissimi quasi ogni giorno. Nel 1931 poi fu ridotta agli estremi. Per causa della paralisi, non fu possibile tentare nemmeno un intervento chirurgico i mezzi umani erano stati tutti inutilmente escogitati; non rimaneva che domandare al Signore un miracolo per l’intercessione di Maria Bambina. Dopo un fervoroso triduo, la nostra cara Madre poté liberarsi dei calcoli e non ebbe più alcun sintomo di male al fegato.
Durante le sue lunghe sofferenze diede sempre sublime esempio di eroica rassegnazione alla volontà di Dio. Era una vittima sempre pronta ad essere sacrificata. “Figlie mie, diceva spesso, ricordiamoci che siamo anime riparatrici, che dobbiamo patire molti sacrifici per i peccatori e per la loro salvezza. Cercate le anime che sono lontane da Gesù e con le buone parole riconducetele a Lui”.
Il Calvario era ormai stato raggiunto, non restava alla Venerata Madre che stendersi su quella croce che, con l’aiuto di Dio, aveva sempre portato sulle doloranti spalle. Prima che il sacrificio sia compiuto, chiede al Signore la realizzazione di tre desideri: l’approvazione pontificia delle Costituzioni; la costruzione di una nuova Cappella; la fondazione di un giornalino che fosse il portavoce della Madre presso le figliuole.
Il primo numero di “Fiammella” uscì a portare il suo modesto splendore nel gennaio 1931; la nuova e sontuosa Cappella veniva inaugurata nell’ottobre 1931; con decreto della S. Congregazione dei Religiosi, il 27 febbraio 1933 le Regole venivano approvate con grande giubilo di tutto l’Istituto.
Per mezzo del piccolo periodico la Madre, impossibilitata a visitare le Case lontane, poteva profondere i suoi insegnamenti e mantenere quel vincolo di carità che sempre deve legare il cuore della Madre al cuore delle figlie. A tutti poteva rivolgere la sua illuminante parola e continuare a svolgere il suo apostolato, ora fecondato dal dolore.
La Madre, che sapeva abilmente distruggere buona parte degli appunti che di lei si venivano raccogliendo, non pensava che avremmo ritrovato la sua saggia anima negli articoli della Fiammella nelle Piccole faville e nei graziosi Svegliarini. Perché è l’anima che bisogna conoscere di Suor Maria di Gesù, in tutti i suoi aspetti, conquistata da quel fuoco di carità che aveva fatto del suo cuore un faro di bontà, di dolcezza, di generosità, da quell’Amore Eucaristico che era il centro della sua vita, da quella pietà verso il Divin Crocifisso che la rendeva infrangibile nelle sofferenze.
Quale martirio maggiore per la nostra Venerata Madre di quello di vedersi costretta a rimanere inerte, mentre avrebbe voluto personalmente coltivare le sue opere ancora tanto giovani? Ma ancora può giungere presso le sue figlie cogli scritti, che molte conservano come sacre memorie, e quando lo riteneva necessario, incaricava le Consigliere e la Segretaria a farsi interpreti dei suoi desideri. Nei lunghi nove anni della sua duplice infermità non mise mai limite alla sua attività. Rendeva grazie al Signore che le offriva le sue quotidiane mortificazioni per lo sviluppo delle opere intraprese. Ma il suo cuore tendeva a Roma. Avere anche una modestissima Casa nel centro della Cristianità era il sogno di molti anni. Quando parlava di questa sua giustissima brama ad altri personaggi e degnissimi Principi di S. Madre Chiesa, sentiva ripetersi che occorrevano milioni. Ma la nostra cara Mare aveva aspirazioni ben più limitate, perciò non desisteva dal suo proposito. Prega e raddoppia la sua fiducia in Dio.
Nel novembre 1925 (era già inferma) sente che l’Ecc/mo Vescovo Mons. Rossi, ora cardinale di S. Romana Chiesa, si trova a Firenze. Manda subito due Suore per raccomandare al Prelato di interessarsi della Casa da aprirsi a Roma, ma non lo trovano più. Mentre le Suore, sconsolate, ritornano al Carmelo, la Marchesa Visconti era al capezzale della Madre per chiedere alcune sue religiose per un Ospedaletto di bimbi poveri a Roma. Il cuore della Madre esulta e vede in questo fatto un mirabile intervento della Divina Provvidenza.
Il 23 marzo 1926 il primo nucleo di religiose si congedava dalla Madre, che ebbe per tutta un’affettuosa parola e la raccomandazione di essere fari luminosi di bontà e di spirito di sacrificio. Essa le accompagnava con la sua benedizione, offrendo al Signore l’immenso dolore di non poterle seguire; ma era tanto felice! Pensava che avere una Casa vicino al Padre Comune era caparra di quella protezione che il Padre dei Cieli stende sopra i suoi figli.
Dopo questa che è la perla delle fondazioni, si apre nel 1927 la Casa di Borro (Arezzo) con scuole elementari ee Asilo Infantile nella tenuta di S.A.R. il Conte di Torino. Nel 1929 le Suore Carmelitane vengono richiesta per il Seminario Arcivescovile di Ancona; e, nell’ottobre, per l’Asilo Infantile e scuola di lavoro a Bolgheri. Nel 1931 l’Istituto apre, per proprio conto, un Asilo Infantile nel Rione di Ricorboli.

Operaia indefessa
L’ultima Casa fondata dalla Venerata Madre fu quella di Osimo Stazione. Poteva così contare 41 rami spuntati dall’albero che Ella aveva visto nascere e fatto crescere con instancabili e delicate cure. Ma il suo cuore era ormai acceso di zelo per la salute delle anime e le fiamme del suo apostolato si dirigevano là dove il maligno compiva la sua nefanda opera distruttiva. Saputo infatti che a Pian dei Giullari i Protestanti avevano già molto estesa la loro triste propaganda, il 21 luglio 1934, vigilia della sua morte, si portò, come meglio poté, sul luogo per prendere in affitto una Villa onde “fare un poco di bene” come Ella si esprimeva, perché ormai era giunta al termine della sua faticosa giornata.

Santa morte – traslazione della salma
Essa infatti decedeva la domenica del 22 luglio.
Nel mattino assistette, come di consueto, alla S. Messa e nessun indizio della catastrofe leggemmo sul suo volto, illuminato da un sorriso che esprimeva tutta l’intensità dell’amore verso Dio. A chi ebbe la fortuna di avvicinarla più tardi, Essa parlò, con espressione divina, dell’ardente amore di Maria Maddalena di cui ricorreva la festa. Verso le 9, un improvviso gravissimo malessere la ridusse in condizioni che ci allarmarono assai. Si passarono ore di angosce tremende, poi, più tardi, riprendeva, lasciandoci fortemente sperare; ma alle ore 12 circa le sopravvenne di nuovo, più violento attacco. Accorsero al suo capezzale i R. R. Padri Olivetani e Francescani che, immediatamente, le amministrarono gli ultimi Sacramenti. L’inferma conserva mente lucidissima in quegli estremi momenti invoca con celestiale fiducia l’aiuto della vergine del Carmelo e rivolgeva di continuo lo sguardo al crocifisso che teneva appeso alla parete. Chiedeva quei conforti religiosi che Dio le concesse sì abbondantemente; poiché, oltre alle visite dei RR. Padri Carmelitani, che le impartirono la benedizione dell’Ordine, poté ricevere quella di S. E. Mons. Vescovo Bonardi, che conobbe tutte le sfumature di tale anima eletta e ne accolse l’ultima Confessione; quindi la benedì a nome di S. Em/za Rev/ma il Cardinale Elia dalla Costa. A suo maggior conforto, giunse pure la benedizione che Sua Santità inviava a mezzo dell’E/mo Cardinal Pacelli, con un telegramma urgente così espresso:
“SANTO PADRE imparte di cuore Inferma Madre Generale Suore Istituto Carmelo Viale Michelangelo 43 implorata Benedizione Apostolica auspicio celesti conforti” Cardinale Pacelli.
Alle Madri Assistenti, che mai si staccarono dal suo letto, raccomandò la carità di cui sempre fu l’esempio; massima rassegnazione alla Volontà Divina che fu il programma di tutta la sua via; l’osservanza perfetta di quella S. Regola che Essa con tanta saggezza e prudenza compilò e riformò totalmente e che, benedetta dal S. Padre, rimase il più eletto ricordo di Lei. E, tra la commozione dei presenti, pregò perché il proprio sacrificio si trasformasse in benedizione per il suo Istituto. Alle ore 31 e 30 volava al Cielo lasciandoci in tale dolore che non trovò conforto se non in Chi portò la più grave Croce. Col cuore straziato, la Superiora della Casa e la sua Segretaria, ricomposero e rivestirono le sacre spoglie.
La Salma rimase esposta nel suo studio oltre 60 ore senza mai perdere la freschezza, né la flessibilità. Fu vegliata a turno dalle sue figlie e visitata dai Religiosi e Religiose di altri Ordini e da tutti quelli che vollero dare l’ultimo saluto a Colei che irradiava ancora quell’anglico sorriso che nemmeno le angosce di morte poterono togliere dalle sue labbra.
Sua Ecc/za Rev/ma Mons. Gioacchino Bonardi si degnò benedire la salma e confortare le addolorate Suore per sì gran perdita.
Il trasporto della Veneratissima Madre Generale alla cappella Morosi, nel Cimitero delle Porte sante, avvenne mercoledì alle ore 10 e parve il trionfo di una Santa. Non doveva però tardare a lungo il giorno della sua traslazione, perché il sogno di tutte le figlie era di vedere posare la veste mortale di Suor Maria di Gesù accanto alla Venerata Madre Fondatrice. Infatti il 21 marzo 1935 il desiderio fu compiuto. Con rinnovata commozione, un imponente corteo riaccompagnava all’Istituto Colei che ben meritava di riposare fra quelle preti che furono il centro di ogni sua attività.
Il 22 marzo alle ore 10, dopo l’assoluzione, la salma fu deposta nel loculo preparato nel coretto della cappella. La tomba, oltre ad essere visitata da molti secolari, è la meta di tutte le figlie che pregano a Casa Madre. Su di essa le vediamo prostrate a chiedere fiduciose la via sicura della santità.

DELLE VIRTÚ IN GENERE
Tutto quello che è stato detto finora della nostra Venerata Madre rappresenta un brevissimo sunto, il frutto della sua vita interiore, intensamente vissuta fin dalla fanciullezza. Se fin dalla giovinezza essa era stata un modello di bontà, di semplicità, di purezza, s in famiglia fu l’angelo buono e consolatore, se la preghiera e il raccoglimento aumentavano in lei l’amore alle virtù, non è da dubitare che essa si fosse fatta ardente imitatrice di Gesù.
Abbracciato lo stato religioso, il desiderio della perfezione diventa smisurato e lo si rivela da ogni parola delle sue preziose memorie che siamo riuscite a conservare, prima che la sua grande umiltà la inducesse a distruggerle. Ella scrive al sorgere dell’Anno Santo 1925:
“Caro Gesù Bambino, Tu sai quanto ho io desiderato sempre amarti. Tu da trentasette anni sei il sospiro dell’anima mia. Per Te ho pianto, per te ho sospirato: l’unico pensiero è stato di darti gloria, di dilatare il tuo Regno sopra la terra. Lo so, lo so benissimo che a nulla, nulla io sono buona; ma tutta la mia forza io la ricevo da Te. tu ad un tratto, Gesù mio, mi hai inchiodata sul letto dei dolori, paralizzate le mie gambe, affranto il mio cuore … no, no, no, Gesù mio, non me lo aspettavo davvero! Però Tu mi perdonerai se con grande sforzo il mio cuore ripete il Fiat che io voglio assolutamente far mio, per solo amor tuo. Quando il dolore mi strazia, quando l’amarezza trabocca dall’anima mia e non posso mio malgrado, trattenere la piena delle lacrime, io sempre, o Signore, voglio ripeterti: “Fiat! Fiat! Unendolo al tuo nel Getsemani”.
Uniformata alla volontà di Dio, accetta i dolori del corpo e dell’anima, ripetendo il fiat del Getsemani e il Sitio della Croce. Come si potrebbero enumerare le contraddizioni, le incomprensioni incontrate durante il governo dell’Istituto? Quanta violenza avrà dovuto fare a se stessa per uniformarsi ai voleri dei Superiori, quando sembravano in contrasto con la volontà di Dio? Ma il rinnegamento le era divenuto abituale.
Sempre pronta a rinunciare anche alle gioie spirituali scrive:
“Alla meditazione ho letto ciò che non avrei voluto per assecondare la mia volontà. Ma Gesù mi ha ricompensata: mi ha dato tanto contento che io, confusa, Gli ho detto che non mi trattasse in quel modo, perché sono troppo indegna e non merito tali finezze. Gesù mi ha risposto che mi ha purificata col sangue suo e che, essendomi io donata tutta a Lui Egli ne è il Padrone assoluto e me l’ha fatto sentire quando mi ha detto: “on potrò fare ciò che voglio dell’anima tua?” non so descrivere ciò che ho provato”.
Oltre all’umiltà profonda, Suor Maria di Gesù, fu esempio di rettitudine, di carità e di fiducia in Dio per mezzo della quale operò mirabili frutti di apostolato fra le Suore, le fanciulle delle scuole e dei laboratori, gli ammalati, i poveri vecchi. Ebbe sempre come meta la perfezione religiosa e l’elevazione dell’anima verso il Signore.













DELLE VIRTÚ IN SPECIE
DELLA FEDE
Suor Maria di Gesù nutriva per la S. Chiesa un amore tenero e filiale. Nei suoi profondi discorsi che teneva alle figlie, essa inculcava un grande rispetto verso la Gerarchia Ecclesiastica; raccomandava di seguire ed ascoltare la infallibile parla del Papa. Era alla portata dei tempi, perciò vedendo la necessità di collaborare con l’Azione Cattolica, spesso richiamava le sue religiose a questo dovere. Diceva:
“A questo scopo, noi abbiamo in mano mezzi assai forti. Il mondo non deve accorgersi della religiosa che s’immola nel segreto del suo cuore per la salvezza delle anime. Ridestate la fede nelle anime, avvicinarle a Dio. Il principale fine del nostro Istituto è la dilatazione del Regno di Gesù Cristo sopra la terra”.
In un articolo pubblicato sulla Fiammella diceva:
“Quanti nostri fratelli non possono, non vogliono, non curano il pensare all’anima loro e molto meno d tener dietro a ciò che la S. Chiesa impone! Poveretti! Se una voce interna le richiamasse forte, aprisse loro la mente per rischiararla intorno alle verità eterne, chi sa come corrisponderebbero alla grazia divina! Quante anime entrerebbero nel retto sentiero, se ci fosse chi le aiuta a intercedere presso il Trono dell’Altissimo! Questo aiuto dobbiamo apprestarlo noi, figlie del Carmelo”.
Le sue parole di fede, pronunciate sempre con ardore, erano l’emanazione di quella fede che essa alimentava con la lettura quotidiana del S. Vangelo, con la meditazione della Passione di Gesù, nei lunghi e profondi colloqui con Gesù nascosto nel SS. Sacramento. Adorava il Mistero della SS. Trinità e per comprendere a qual grado fosse giunta, riportiamo ciò che ha lasciato nelle sue memorie del 2° giugno 1933:
“Al momento della S. Comunione, quando il sacerdote mi portò la Sacra Particola, io sono entrata spiritualmente nel Sacro Cuore di Gesù, da dove spero, con la sua grazia, di non uscirne più. Lì ho trovata la SS. Trinità e la SS. Vergine che mi ha inondata di gioia”.
E il 16 agosto:
“… per poco che io potevo rientrare in me stessa, mi ritrovavo sempre nel Cuore SS.mo di Gesù, dove io scorgevo il Trono della SS. Trinità e di fronte l’altro della SS. Vergine. Con tante e tante miserie, mi vergogno di accennare alla grazia singolarissima che ebbi il 28 luglio. Meditavo sulla bontà e misericordia verso  peccatori, concepii desiderio grande di essere anch’io fra quelle anime privilegiate, quando ad un tratto, con indicibile contento, mi trovai inginocchiata fra il Trono del Padre e quello del suo Figliuolo, che con la Sua Destra mi abbracciava. Caddi in atti di umiliazione e di vivo ringrazi mento. L’impressione che ne provai mi durò tutto il giorno e, meno viva, anche per altri due giorni”.
La nostra Venerata Madre era abitualmente assorta in Dio anche durante le occupazioni, ma il suo raccoglimento era intensissimo quando assisteva alla S. Messa. Il suo atteggiamento era tale da dimostrare che anima e corpo partecipavano alla rinnovazione del Sacrificio della Croce. La sua immediata preparazione alla S. Comunione era la sintesi di quella preparazione che ella estendeva dal mezzogiorno del giorno avanti. Ella stessa diceva che durante la notte, quando le sofferenze fisiche non le lasciavano prendere riposo, approfittava delle lunghe ore insonni per prepararsi alla S. comunione. Ma anche abitualmente, dopo le ultime ore serali, benché stanca di stare alla scrivania o alla macchina a scrivere per le sue figlie lontane, si metteva in preghiera, meditava nel libro della Passione di Gesù e terminava dicendo ripetutamente la giaculatoria: ”Gesù mio, misericordia” allo scopo di ben prepararsi alla S. Comunione. Per ringraziare convenientemente Gesù, tutte le volte che poteva, rimaneva in Cappella, anche dopo le funzioni del mattino.
Quando poi era costretta a fare la S. Comunione nella sua camera, perché presa durante la notte da dolori spasmodici, appena la campana chiamava le Suore in cappella, si metteva adagiata sul letto e pregava guardando il Crocifisso che pendeva da una parete della sua camera. Appena Gesù si avvicinava al suo letto, si vedeva la Madre in un grande raccoglimento umile e devoto e, dopo la s. comunione, pregava la sua infermiera, o altra suora, di tenere chiusa la porta perché voleva stare sola con Gesù nel suo cuore.
Singolare la devozione al sacro Cuore di Gesù, per il Quale unicamente viveva, e voleva che tutte le sue figlie zelassero la sua gloria, specialmente nella gioventù affidata alle loro cure.
“Figlie care, diceva, strappiamo anime già in braccio alle passioni e portiamole al Suo Cuore. Dimostriamo che noi pure Lo amiamo col fuoco della carità”.
Che dire della devozione alla Vergine? Abbiamo accennato nella sua vita di fanciulla quanto si sarebbe sentita orfana sulla terra se non si fosse scelta per Madre la vergine santa. In tutto il corso della sua vita e in tutti i bisogni dell’Istituto essa ricorse alla Mamma del Cielo l’onorava ogni giorno con molte preghiere, specie col S. Rosario, che non lasciava mai, ma soprattutto recitando il suo Ufficio, che non trascurava mai anche quando era esonerata. Mettere l’istituto sotto la protezione della vergine e dare ad esso il titolo di Nostra Signora del Carmelo, come abbiamo visto, è stato il desiderio ed il sospiro di quindici anni. Quanto poi Maria gradisse la devozione della sua figlia, lo ha dimostrato col guarirla quasi miracolosamente due volte da penose malattie.
Aveva un culto speciale per il suo Angelo Custode come lo hanno avuto tutte le anime che vedono negli Angeli i Messaggeri di Dio. S. Giuseppe, primo Patrono dell’Istituto, era onorato con speciale devozione dalla Serva di Dio. In molte angustie, anche di ordine materiale, il Santo ha sempre dimostrato verso di lei la sua potente intercessione. Infatti la grazia di aver trovata la Villa sul Viale Michelangelo, ora Casa Madre, è da attribuirsi a San Giuseppe. Madre Mosca ha sempre celebrato con lo splendore del culto la festa di S. Teresa e degli altri Patroni dell’Ordine Carmelitano e, per renderle più solenni, faceva coincidere ad esse le sante Vestizioni o Professioni.
Suor Maria di Gesù avrebbe voluto poter contribuire alla diffusione della fede tra gli infedeli e pregava sovente perché il regno di cristo si espandesse rapidamente. Curò sempre ce la Cappella fosse degnamente adornata per rendere omaggio esteriore al Re del Cielo. La nostra Venerata Madre, dotata di una spiccata intelligenza, si era formata, con lo studio e le sante letture, un corredo di profonde cognizioni intorno alla Dottrina Cristiana e non pensava certo a seppellire il talento datole da Dio. L’insegnamento del Catechismo era per lei uno dei principali doveri. Le sua spiegazioni erano attraenti, illustrate da esempi che formavano la delizia specialmente dei piccoli. Quando di recava in visita nelle Case filiali, i fanciulli l’attorniavano col desiderio di sentirla parlare. Fu vista più volte intrattenersi in soavi colloqui con i bimbi dell’Asilo. Che cosa diceva agli innocenti fanciulli se non parole di fede e di amore? Oh, quanto si rattristava delle persecuzioni e delle afflizioni sofferte dalla Chiesa! Nei suoi scritti troviamo più volte che chiedeva a Gesù dei patimenti per la conversione dei peccatori. Ogni giorno, nell’ora di Supplica, si recitano ancora con fedeltà le preghiere, composte da Suor Maria di Gesù, invocanti la pace ed il trionfo della S. Chiesa.

DELLA SPERANZA
Se fortissima fu la fede della nostra Venerata Madre, altrettanto illimitata fu la speranza nell’eterna salute. Una volta si esprimeva in questi termini:
“Quanto sarà bello il giorno in cui sarò accolta in Paradiso! Farò la mia entrata vestita da regina, perché tutte le mie miserie saranno ricoperte dal Manto prezioso della Divina Misericordia”.
Se cadeva in qualche fragilità, era contenta di riconoscersi meschina, ne chiedeva umilmente perdono al Signore e subito ritornava in lei la calma e la fiducia nella bontà di Dio. E quale delle sue tanto provate opere sarebbe sorta e vissuta se non avesse sempre posto la sua speranza in Dio? Basterebbe leggere un articolo di Suor Maria pubblicato sulla Fiammella intitolato Sentieri errati per conoscere con quanto zelo cercava di ricondurre i peccatori a Dio con l’umiltà e la fiducia nella sua Misericordia. Ivi fra l’altro è detto:
”Se seguitiamo ad avanzarci con la testa alta, senza dover pensare che siamo sotto il flagello di Dio, nulla di buono trarremo; ma se, pentiti e umiliati, innalzeremo ripetutamente le nostre suppliche al Cielo e a Dio piangendo confesseremo le nostre deviazioni, Egli certo avrà pietà e farà scendere la sua misericordia”.
In tutti infondeva un santo coraggio, specialmente alle sue figlie quando riversavano le loro pene nel suo gran cuore di madre. Diceva: “Il Signore ci vuole sante col patire, coraggio e avanti!”.
I lunghissimi anni di malattia non indebolirono mai la sua fiducia in Dio. Colpita da paralisi, essa comprendeva benissimo che la sua morte sarebbe stata improvvisa. Specialmente negli ultimi mesi della sua vita, voleva che tutte le cose fossero sistemate, affinché dopo la sua morte, nessuna delle sue figlie avesse a trovarsi male per colpa sua. Per quanto poi riguardava l’anima sua, essa andava disponendosi al gran passaggio con una completa uniformità alla volontà di Dio e col ricevere ogni giorno la S. Comunione come Viatico.

DELLA CARITÁ VERSO DIO
La nostra Venerata Madre era severissima nell’osservanza dei Comandamenti di Dio, della Chiesa e delle Regole dell’Istituto e con pari severità voleva che fossero osservate da tutte le sue religiose. Troviamo nei suoi scritti che essa aveva emesso il Voto di S. Teresa espresso in questa forma: “Fare in tutte le cose di rilievo ciò che è più gradito a dio e per la maggior sua gloria, ma per conoscere questo gradimento e gloria di Dio, rimettersi al consiglio dei Superiori maggiori, ed in mancanza di questi, al Confessore stabilito dai Superiori”.
Aspirava dunque a fare tutto con la maggiore perfezione per la gloria di Dio. Anche nelle azioni più comuni pregava quelle che la circondavano di avvertirla delle sue mancanze. Voleva piacere solo al Signore ed essere specchio di virtù alle sue religiose. Il suo raccoglimento interno emanava anche all’esterno. Non esprimeva alcun pensiero che non si riferisse alla gloria di Dio. Dio era sempre presente ai suoi sguardi e sotto il suo sguardo pensava, parlava ed agiva.
Il governo dell’Istituto le assorbiva gran parte del giorno, ma essa trovava il mezzo di rimanere sempre vicina al Divin Prigioniero. Così troviamo nei suoi appunti:
“Ieri sera verso le 24, non mi potevo addormentare. Allora mi portai col pensiero ai piedi di Gesù Sacramentato decisa di tenergli compagnia. Che vidi? Sopra il sacro Altare vi era Gesù Bambino, di una bellezza straordinaria, che seduto, pareva con una manina alzata mi benedicesse. Questa visione credo avrà passato lo spazio di un minuto”.
Ed ancora:
“Rammento la grazia grandissima che mi concesse Gesù la seconda Domenica di Passione. Già molti giorni innanzi mi tenevo quasi sempre in spirito ai piedi de santo Altare a tenere compagnia a Gesù, quando mi parve che Gesù stesso mi invitasse  entrare e dimorare spiritualmente nel S. Tabernacolo”.
Ella pregava molto, ma molte volte la sua preghiera non era solo contemplativa, ma operante per la maggiore gloria di Dio.

DELLA CARITÁ VERSO IL PROSSIMO
Lasciava scritto: “A tre soli desideri non devo rinunciare: dare gloria a Dio; farmi santa; procurare di salvare anime”.
Nella notte del S. Natale 1932, essa fa la seguente offerta al Divin Pargolo:
“Gesù dilettissimo, mi abbandono totalmente alla tua Santa Volontà per tutto ciò che Tu vorrai da me fin che io vivo, solo Ti supplico di darmi la forza per sopportare quanto a Te piacerà mandarmi e se anche, per la tua gloria ed il bene di tante anime, fosse di tua volontà e di tuo gradimento che, dopo morta, io stessi in purgatorio fino al giorno del Giudizio, accetto e sono contenta di vedere glorificato Te e salve tante anime”.
Carità verso Do e carità verso il prossimo inteso nella maniera più perfetta. Il profumo della carità lo espande nella maniera più perfetta. Il profumo della sua carità lo espande prima di tutto sopra le sue dilette figlie. Quando era costretta ad ammonire qualche religiosa, usava quei mezzi che le sembravano più adatti per l’efficacia della correzione, ma non lasciava mai partire a sé senza essersi assicurata che nulla di aspro era rimasto nell’animo suo. Se poi le sembrava di essere stata troppo severa se ne accusava pubblicamente. Desiderava che nella Comunità regnasse la vera pace e, quando comprendeva che essa era solo apparente, con molto tatto, riconduceva gli animi alla calma e all’amore reciproco. Le contraddizioni e le avversità erano seminate nel suo sentiero. Anziché ricacciarle da sé, le offriva al Signore ed era sempre pronta a perdonare a chi gliele procurava. Offriva per i defunti molte preghiere e per il loro suffragio introdusse la pratica delle Cento Requiem e la Va Crucis tre volte la settimana in tutto l’Istituto.
La carità spirituale non andava disgiunta da quella corporale. Essa vedeva nel suo prossimo la figura di Gesù, perciò lo soccorreva con vivo senso di pietà. E prima di tutto essa considerava come prossimo le sue figlie sparse nelle case filiali; usava tutte le industrie e non si dava pace finché non sapeva che avessero almeno il necessario.
Quale pena per il so cuore quando le sapeva malate! Le avrebbe volute tutte vicine a sé per circondarle di cure e di sollecitudini. Per esse aveva ideato un’opera intitolata La Pia Casa del Carmelo per raccogliere anche le religiose inferme degli altri Istituti. Troviamo scritto nelle sue memorie:
“… l’opera nostra deve essere per le religiose, le povere, le creature infelici … reiette … abbandonate. I ricchi possono provvedere a sé stessi, noi siamo per i poveri e servendo loro si serve più direttamente Gesù”.
L’opera vagheggiata, La Pia Casa del Carmelo, incontrò molte difficoltà e la Venerata Madre non poté vedere compiuto il suo desiderio. La sua carità si estese anche verso quelle figliole che, entrate in Monastero con vera vocazione, avrebbero dovuto uscirne per motivi di salute. Dopo avere tentato cure e consultati vari medici, non trattandosi di malattie infettive, ma di difetti, come quello della vista, la nostra Madre si rimetteva al Medico Divino. Alcune di questa anime sono tuttora in Casa Madre e adempiono modesti uffici. La Serva di Dio, illuminata dalla fede e mossa da ardente carità, vedeva in essa la bellezza spirituale e giustamente pensava che, con la loro vita più contemplativa che attiva, potevano attirare molte grazie all’Istituto. Essa avrebbe voluto abbracciare con un atto di carità tutte le miserie morali e materiali. Le opere da lei fondate hanno appunto questo scopo. Basta riassumerle: scuole, laboratori, ospedali, carceri, ospizi per i vecchi ed orfani; tutte le opere di misericordia sono in esse riflesse. Come ci parlava spesso della carità che in essa era inesauribile verso le sue figlie e specialmente verso quelle che la facevano soffrire! Vedeva i bisogni di tutte, ne preveniva i desideri.

DELLE VIRTÚ CARDINALI
DELLA PRUDENZA
Con somma prudenza, Suor Maria di Gesù, intraprendeva le sue azioni solo dopo molta riflessione ed intensa preghiera.
Er il governo del suo Istituto ricorreva al consiglio dei Superiori, consiglio che essa accettava con vero spirito di sottomissione. Ma anche nelle piccole cose consultava il parere delle figlie, che essa riteneva sagge e prudenti. Era nota a tutti la sua semplicità. Aborriva le doppiezze e la menzogna; esigeva dalle figlie il “si”, “si” e il “no”, “no” del S. Vangelo.
Generosa nell’accettare consigli, altrettanto riservata nel darli a coloro che ricorrevano a lei con molta fiducia. Le prime a bussare quasi processionalmente alla porta del suo studio, per domandare come comportarsi nelle varie contingenze, erano le sue figliuole. Essa le riceveva sempre con pazienza ed affabilità e, prima di pronunciarsi, ascoltava, interrogava, poi, con poche parole, diceva ciò che la prudenza e la carità le suggerivano.
Le ore del parlatorio le erano penosissime; avrebbe preferito starsene ai piedi del S. Tabernacolo. Ma se la carità e il bene dell’Istituto lo richiedevano lasciva volentieri il proprio gusto per il gusto di Dio, il centro delle sue conversazioni era sempre Gesù, pur attenendosi ai vari argomenti e parlando con opportunità.
Non si può parlare di ozio della venerata Madre, quando si pensi che continuava il suo lavoro fino dopo la mezzanotte, in ogni stagione anche quando il freddo tormentava le sue membra. La Riforma della regole dell’Istituto in un primo tempo, non fu che un atto d obbedienza agli ordini dei Superiori, i quali riscontravano in lei tatto e prudenza. Quando si trattò di dare nuove Costituzioni, essa pregò, pregò a lungo; non sapeva decidersi perché si riteneva incapace, poi di tutto un tratto, e con l’aiuto del Signore, tracciò quegli articoli in ognuno dei quali si riflette l’espressione, la bontà e la prudenza della Venerata Madre.

DELLA GIUSTIZIA
Suor Maria di Gesù diede in tutti i momenti della sua vita, la giusta importanza a tutte le cose, dando la precedenza a quelle spirituali. Nella casa paterna fu sempre sottomessa i tutto finché Iddio non la chiamò allo stato religioso. Superiora dell’Istituto, fu obbediente ad ogni cenno dei suoi Superiori e dei suoi Direttori anche nelle piccole cose. Sempre retta ed integerrima, attese ad operare ovunque per la gloria di Dio ed il bene delle anime.
Istruiva con amore le sue alunne e le sue religiose parimenti le correggeva con soavità e con forza a seconda dell’indole e la gravezza della colpa.
Non voleva distinzioni fra ricche e povere; anzi preferiva le povere perché le più care a Gesù e le più abbandonate.  Esortava le sue religiose a non aspettarsi altra ricompensa che da Dio, anzi proibiva che desiderassero regali e, se spontaneamente venissero fatti, li accettassero come beneficenza fatta all’Istituto.
La Venerata Madre non perdeva mai tempo. Breve era il suo sonno e solo quanto era necessario per riprendere un po’ di forza per le sue occupazioni. Anche ammalata, lavorava finché poteva. Costretta a giacere in letto non ricusava le ininterrotte visite delle figlie per dare ad esse salutari insegnamenti di pazienza e di rassegnazione alla volontà di Dio. Il suo senso di giustizia era noto anche fra gli operai, i quali ricevevano, oltre il salario pattuito, la generosa offerta del vitto, quando riscontrava in essi la necessità.
Nell’amministrazione delle povere finanze era regolarissima e teneva scrupolosamente registrate ogni introito e uscita, come pure le offerte, piccole o grandi che fossero. Essa si preoccupava di lasciare alla sua morte, una situazione tranquilla sotto tutti i rapporti. Fece perciò il suo testamento qualche anno prima del suo decesso. Dei beni di fortuna, che erano frutto del lavoro di casa Mosca, dispose in modo giusto e cristiano, così da lasciare nei legittimi eredi onesta soddisfazione.
All’Istituto lasciò una discreta eredità, se pure lasciata, per prudenza, a nome di qualche suora. Sottopose, come sempre, tale suo atto al giudizio dei Superiori ottenendo senza esitazione, l’approvazione della Ven. Curia Arcivescovile.
Fedele interprete della volontà della Chiesa, aveva cura che tutte le religiose conoscessero le encicliche e i discorsi del S. Padre, le pastorali del Vescovo della Diocesi, aggiungendovi le dovute delucidazioni. Faceva precedere le festività religiose da ampie spiegazioni liturgiche, facendole così sommamente gustare. Senza gravare gli spiriti di molte devozioni nei vari mesi dell’anno o nei vari momenti della giornata, rendeva il dovuto culto a Dio, alla Vergine, ai Santi. Basterebbe consultare il libretto di pietà, da essa stessa composto, per confermare quanto si è detto.

DELLA TEMPERANZA
Spiegava e raccomandava a tutte la bella virtù della Temperanza, che regola i pensieri, le parole, le azioni, il portamento esteriore, in modo che tutto l’essere corrisponda a quell’armonia che è il decoro e l’ornamento più bello della persona.
La Venerata Madre aveva acquistato un completo dominio di sé da supporla per natura dolce e soave. Ma quante mortificazioni interne le saranno costate quell’abituale sorriso e serenità di volto! Con la dolcezza essa sapeva infondere nelle anime quella confidenza che è la chiave della formazione specialmente della gioventù. Tutta la vita fu un esercizio di pazienza. I suoi dolori fisici, le insufficienti ore di riposo, i continui estenuanti viaggi, la tenevano i un’ininterrotta mortificazione. Paca era nel cibo e, se qualche volta le veniva somministrato diverso da quello della comunità, si industriava a cederlo alle suore più cagionevoli di salute. Per molto tempo non assaggiò frutta, né bevette vino se non straordinariamente annacquato. In tempo di grande penuria, dava anche il suo pane alle più giovai e bisognose. Il suo parlare era umile, sensato, rispettoso, accompagnato da specchiata compostezza e, quest’atteggiamento lo esigeva anche dalle bambine e dalle sue religiose.

DELLA FORTEZZA
L’animo virile di Suor Maria era corredato da nobile fortezza; sembrava che avesse per questa virtù una spiccata inclinazione, certo datale da Dio. La storia della sua vocazione, le difficoltà incontrate nel seguire la chiamata del Signore e l’energica risoluzione di lasciare la casa paterna, ci rivelano un animo forte e generoso. Grande fortezza dimostrò pure nell’entrare e rimanere in un Istituto ridotto a misere condizioni e vicino al suo disfacimento. Prima di mettersi ad un’impresa, la Serva di Dio considerava tutte le difficoltà da superare, intensificava la preghiera, si consigliava con persone savie e pie, ma, presa poi una risoluzione, non si lasciava distogliere da umani riguardi.
Ardeva dal desiderio di moltiplicare le scuole e le altre opere dell’Istituto sapendo con questo, per esperienza, quante offese venivano impedite al Signore e quante insidie del demonio venivano sventate. A questo solo scopo si accinse a lunghissimi e faticosi viaggi; sopportò disagi e fatiche.
Lotte interne ed esterne facevano soffrire il suo cuore sensibilissimo, ma non cedette mai sotto i colpi del Divino Artefice. L’andamento spirituale del Carmelo fu sempre affidato a degnissimi Sacerdoti, alcuni dei quali furono direttori di spirito della Venerata Madre. Quando questi, specialmente trattandosi di Padri, venivano trasferiti altrove, essa soffriva acutamente, ma, con fermezza d’animo, si sottometteva alla volontà di Dio.
La sua salute era cagionevolissima ed i medici stessi si stupivano come potessero combinarsi in lei mali sì gravi con un’applicazione così intensa. La sua ultima malattia fu l’epilogo della sua forza d’animo e l’esempio più sublime lasciato a tutta la Comunità.

DEI VOTI RELIGIOSI
DELL’OBBEDIENZA
Suor Maria di Gesù non venne mai meno ai Voti che aveva pronunciato con tanto entusiasmo. L’obbedienza e sottomissione che aveva dimostrate nei primi tempi della sua vita religiosa, andò sempre più perfezionandosi. Non comandava se non dopo essere stata comandata da Dio per mezzo di chi Lo rappresentava. Confidava al suo Direttore spirituale tutte le ispirazioni e i forti impulsi che riceveva, specialmente durante la S. Meditazione e si rimetteva con tutta tranquillità al suo giudizio. Così infatti scrive:
“10 dicembre 1916. Oggi è accaduta una cosa straordinaria; nella meditazione ho sentito che Gesù voleva attirarmi a Sé … ho resistito pensando alla mia indegnità e in seguito parendomi impossibile tanta degnazione, son stata presa da forte timore di essere illusa ed essere giogo del nemico”. “13 dicembre. Ho fatto la mia confessione e dopo ho esposto tutte le cose che volevo. Mi ha tranquillizzata ed esortata a prendere questi appunti”.
Nessun limite per sé nell’osservanza della regola da lei lasciata compilata, ma rigida nell’eseguirne le più lievi sfumature. Ella ebbe sempre la forza di assoggettarsi alla direzione di uguali, quando, per la grave malattia che l’aveva colpita, trovò che aveva bisogno di aiuto per il bene dell’Istituto. Mai fece pesare la sua autorità su chi le era vicino.

DELLA POVERTÁ
la povertà fu sempre il segno distintivo dell’Istituto di S. Teresa prima, del Carmelo poi restò perciò, tanto per la Madre come per le figlie, accettarla in conformità degli insegnamenti evangelici. Suor Maria di Gesù che aveva lasciato gli agi di famiglia, trovò la sua delizia nell’assomigliare a Gesù spogliato di tutto. Quando nel suo testamento dispose dei suoi beni di fortuna, l’Istituto non aveva la proprietà giuridica, perciò la Venerata Madre credette opportuno lasciare parte delle sue sostanze ai parenti, affinché non vantassero in seguito dei diritti a danno dell’Istituto.
Nulla di superfluo la circondava e nemmeno una povera cameretta aveva per sé. Nel suo studio, in cui non era mai sola, aveva pure il suo letto separato da una tenda. Tutto quello che teneva in suo uso era poverissimo, e spesso lo cedeva agli altri fino a rimanerne senza. Il suo abito religioso, conservato come preziosa reliquia, testimonia l’assoluta povertà. Raccomandava la povertà religiosa a tutte le sue figlie, specialmente quando lasciavano la Casa Madre e si trovavano più esposte a venir meno al sacro Voto.
Non esigeva mai dalle fondazioni grandi retribuzioni, le bastava sapere che le sue figlie non mancassero di nulla.
Distaccata dai suoi stessi desideri scrive:
“Ecco quanto mi pare che Gesù mi chieda: che mi sollevi da tutte le bassezze della terra, che io non senta più nulla delle cose di quaggiù, ma che io viva solo unita a Lui e che i miei uffici li disimpegni semplicemente come scendono gli angeli in terra per adempiere un mandato di Dio”.

DELLA CASTITÁ
Suor Maria di Gesù fu specchio di virtù e la purezza cristallina dell’anima sua ebbe un riverbero sulle Comunità che dirigeva.
Fin da fanciulla fu angelica la sua condotta, come afferma il R. D. Giovanni Serballiani, Parroco della SS. Trinità di Osimo, in data 10 ottobre 1889. Era di salute delicata, ma non indietreggiò mai dinanzi alla mortificazione corporale. Finché i direttori di spirito dell’anima grande di Suor Maria non le proibirono per la su malferma salute, per i dolori acutissimi, per gli incomodi dei viaggi e per le dure fatiche delle fondazioni, essa cingeva i fianchi di pungente cilicio e si flagellava con dura disciplina di ferro.
Il suo vestire era dimesso anche quando era nel mondo e totalmente coperto, come lo dimostra una sua fotografia, l’unica fatta da secolare. Non si preoccupava solo di difendere le proprie virtù ma, divenuta Superiora, sentiva potente la responsabilità della purezza delle sue figlie. “Figlie, diceva spesso, noi dobbiamo gareggiare in candore con gli Angeli: per nessuna cosa al mondo dobbiamo permettere al nostro cuore altri affetti che non siano puri e casti”.
Raccomandava l riservatezza con tutti: con le bambine, con le ragazze, con gli ammalati. Inculcava pure la purità d’intenzione, nel parlare, in ogni azione più piccola.
Alla prudenza univa la vigilanza. Essa diceva: “Non fidatevi mai delle fanciulle né di giorno, né di notte. Se mancano per vostra negligenza le colpevoli siete voi”.
Di notte s’alzava per sorvegliare i dormitori e così esigeva dalle sue figlie. Quanta compassione aveva per la gioventù! Alle maestre di lavoro raccomandava di rendere la moda più corretta e di non prestarsi mai alla moda sfacciata.
Molto spesso lo scopo dei suoi viaggi era la vigilanza. Trepidava specialmente per le giovani che, per il loro ufficio, erano a contatto con persone secolari. Con quanta fermezza le allontanava dalla casa dove intravedeva anche un lontano pericolo per il loro candore!
Chiedeva continuamente la grazia che l’Istituto risplendesse per la sua illibatezza. Ogni Casa religiosa doveva assomigliare ad un giardino in cui Gesù, lo Sposo delle anime caste, potesse trovare le sue compiacenze e pascersi tra i gigli. Il suo portamento, sempre modesto, era il monito più severo, l’esempio più efficace.

DELL’UMILTÁ
La nostra Venerata Madre aveva un basso concetto di sé, come tutte le anime che giunte alla perfezione, riconoscono l’infinita distanza che passa fra la creatura e il Creatore. Si reputava indegna di ricevere tante grazie dal Signore quando veniva visitata da qualche segno straordinario; costretta per obbedienza a manifestarlo, si umiliava mettendo subito in evidenza quelle che essa chiamava le sue misere.
Nel diario del 27 febbraio 1933 scrive:
“Ma quanto è buono Gesù con questa miserabile! Egli continua a farmi grazie e grazie grandissime ed io continuo con le me infedeltà. Davvero che Iddio non guarda niente alle bassezze delle creature che vuole beneficare, ma da i suoi doni quando e come Gli piace. Sia benedetto! Il giorno 23 mi fece passare venti minuti di santa letizia. Sentivo Iddio proprio vicino a me che mi ispirava che mi fossi preparata per la festa dello Spirito Santo perché voleva concedermi quella grazia che da tanti anni mi ha promessa; mai ho saputo quale grazia fosse; ma in quel momento mi diceva che era l’unione assoluta con Lui”.
Per il governo del suo Istituto essa doveva conferire con ogni classe di persone, ma nulla di artificioso in lei quando veniva a contatto con persone altolocate. Era sempre la Madre semplice, buona, che di una cosa sola era preoccupata: il bene delle anime.

DELLA FAMA DI SANTITÁ IN VITA
Le virtù della nostra Venerata Madre praticate, come abbiamo visto, fino al sublime, la resero apprezzata ed amata da quanti l’avvicinavano. Ma chi più a fondo la conosceva, erano i degnissimi Sacerdoti ai quali si rivolgeva per consiglio.
Mons. Gioacchino Bonardi, Vescovo titolare di Pergamo e Ausiliare di Firenze, conosceva Suor Maria di Gesù come santa; si intratteneva con lei in discorsi spirituali e la conduceva alle più alte ascese.
Madre Mosca godeva illimitata fiducia presso tutti i Vescovi delle Diocesi in cui sorgono le Case dell’Istituto.
Il Cardinale Bausa la conobbe fin dalla sua entrata in religione e riconoscendo in lei un’anima scelta da Dio per compiere opere grandi, le permise di uscire dal Convento di campi Bisenzio per divenire poi la Riformatrice dell’Istituto di S. Teresa. Il degnissimo Porporato riceveva con particolare deferenza Suor Maria e l’ascoltava con interesse, aiutandola a sorreggere il grave peso che Iddio aveva posto sulle sue spalle. Madre Mosca ne pianse la perdita.

LA MORTE PREZIOSA
La morte di Suor Maria di Gesù fu improvvisa solo per chi no avrebbe mai voluto vedersela partire. Ma l’anima era disposta da molti anni a lasciare in pochi istanti questa misera terra. Essa non bramava che ricongiungersi al suo Sposo Celeste col quale viveva già in unione assoluta. Alcuni giorni prima della sua morte volle, con le sue proprie mani, collocare nel coretto della Cappella il Crocefisso che teneva appeso presso il letto, Crocefisso che conosceva i suoi sfoghi d’amore, di angoscia, di tristezza fatti nel silenzio della notte. Ai piedi di quel Crocifisso riposa ora la Salma, in attesa della risurrezione finale.
La sua fu la morte dei santi. Lo disse il dolore inconsolabile di tutte le sue figlie accorse da tutte le Case filiali a rendere l’ultimo tributo alla “Madre buona”; lo disse il concorso di popolo di ogni ceto venuto ad onorare il suo trasporto; lo dissero le numerosissime condoglianze pervenute da Cardinali, Vescovi e insigni benefattori dell’Istituto.

DELLA FAMA DI SANTITÁ DOPO LA MORTE
La fama delle anime comuni ben presto si spegne, mentre quella di Suor Maria Mosca spande sempre maggiore profumo di sanità. Di lei parlò con eloquenza e fervore il Rev/mo Padre Grammatico, Assistente Generale dei Carmelitani e, in occasione della traslazione della Salma dalla Cappella Morosi al nostro Istituto, il M. Rev/do P. Antonio Luddi, dei Predicatori, ne intessé le lodi compendiando la sua vita in queste parole:
“Amare e soffrire, amare soffrendo, soffrire amando”.
Sulla sua tomba si inginocchiano con venerazione le figlie permanenti in Casa Madre e quelle che giungono di passaggio, e spesso quel freddo marmo è riscaldato dalle lacrime di angoscia. Essa dal Cielo riscalda i cuori ed invita alla speranza della Patria Celeste. Il sorriso buono, lo sguardo amabile, la parola affettuosa, semplice e penetrante si ripeterà sempre come dolce eco nell’animo nostro. Ma a perenne ricordo della nostra Venerata Madre resteranno le sue virtù, il suo lavoro intenso e fecondo compiuto per oltre 43 anni nel giardino del Carmelo.


Suor Fedele Ausilia Frappa
     Superiora Generale                Firenze, 14 Ottobre 1941

Azioni sul documento