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Tu sei qui: Portale La Fiammella La Fiammella n 2 - 2015


Ti amo in tutto,
o di travaglio, o di pace;
perchè non cerco, ne mai cercai,
le consolazioni di Te;
ma Te, Dio delle consolazioni.

Benvenuti nel sito

madre.jpg

Madre Angelisa Spirandelli, Superiora Generale
Un cordiale saluto a quanti si accosteranno al nostro sito web preparato con gioia e passione nell’intento di far conoscere l’Istituto di Nostra Signora del Carmelo, il suo Carisma specifico nell’ambito della grande Famiglia Carmelitana.
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La Fiammella n 2 - 2015

La  Fiammella

Periodico dell’Istituto Nostra Signora del Carmelo               Numero 2 - Anno 2015

Sconfiggere la Povertà

è un atto di giustizia

 

Sommario

 

 

Editoriale                                                               3

Prodigio stupendo                                                   4

La Povertà:

alle radici della conoscenza di Dio                       5

Salmo 86                                                                    9

La Povertà:

Beatitudine o Croce                                               10

Chi è il mio prossimo?                                           12

Il Carmelo e l’accoglienza                                     14

«Voi stessi date loro

da mangiare» LC 9.13                                             17

“Non ci sono più poveri!”                                     19

E il mio cuore si riempiva d’amore                  21

Diplomi e “tocco”per gli alunni

dell’asilo che andranno a scuola                           23

Adozioni a distanza                                                 25

Maria!                                                                         26

Vivere con la nostra cara madre

è avvicinarsi di più a Gesù                                     27

Quel 16 luglio…                                                         29

Le bomboniere della solidarietà                           31

Preghiera                                                                   32

 

EDitoriale

 

La povertà, valore o disgrazia, dipende dai punti di vista. In una società, la nostra, in cui l’ideale del benessere sta prendendo il posto di tutti gli altri di vero valore, per noi consacrate diventa ancora più urgente la testimonianza.

Essa va data non solo perché ci sono molti “poveri” ma soprattutto per proclamare che la salvezza non viene dalle cose, ma da Dio. Prese da Cristo siamo mandate a evangelizzare i poveri in solidarietà con loro, dedicandoci alla loro causa.

La Madre Maria Teresa Scrilli è stata un’autentica testimone della povertà evangelica, non scendendo mai a compromessi, condividendo e insegnando, a noi sue Figlie, a mettere in comune tutto ciò che si è e che si ha per l’edificazione del Regno di Dio.

 

Sr Maricla Deiana

 

 

Prodigio

stupendo

 

 

 

la POVERTÀ

vissuta con

AMORE

si trasforma in

RICCHEZZA VERA

 

 

 

 

Vivendo questo programma si raggiunge la

DIGNITÀ UMANA E CRISTIANA

 

 

 

La Povertà:

 

alle radici della

conoscenza di Dio

 

 

Conoscere, camminare, salire: tre verbi intimamente collegati che sintetizzano le ragioni della vita di ognuno nella continua tensione verso la conoscenza di se, e di Dio in se. Nel libro della Genesi, al capitolo .28, versetti 10-15, è raccontato il “sogno” di Giacobbe: una scala (scalinata) poggiava sulla terra mentre la sua cima raggiungeva il cielo (l’infinita trascendenza di Dio); ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Questa visione interiore, che aveva caratterizzato l’ispirazione di s.Angela Merici, nel xv secolo, a fondare la Compagnia di Sant’Orsola, con un’intuizione laicale che solo col Concilio Vaticano II si sarebbe veramente chiarita, si manifesta anche nell’esperienza di Madre Maria Teresa, proprio nel corso di una malattia, che si rivelerà momento fondamentale nella sua scelta di vita. E’ significativo che ogni manifestazione dello Spirito, richieda, da parte nostra, quel profondo vuoto interiore che solo l’attenuarsi della autonomia, perfino fisica, permette. Tutto questo dà  sapore alla dinamica del “dono”, che acquista senso e valore,ed è tale, solo nel non poter decidere e, addirittura, volere se non ciò che Dio vuole manifestare in noi. Tutto questo è povertà, “la” Povertà. Ecco perché, negli appunti degli  esercizi Spirituali del 1886, puntualizza il senso della solitudine di cuore, riposando nel seno di Dio, per mezzo del distacco di tutto ciò che non è Dio.

Ma Dio è Amore (IGv 4,8), e amore significa relazione, reciprocità, con  un senso e un valore che solo la dimensione trinitaria può veramente dare, sia nei rapporti interpersonali della vita comunitaria, sia nel modo di porsi di fronte ad ogni necessità e sofferenza.

Ecco allora che prende corpo e senso pieno e sostanziale, il “Quarto Voto” riguardo al quale il testo delle Regole , nella conclusione, usa l’espressione fortemente significativa spogliandosi di tutte sé.

Ed è proprio lo spogliarsi che dà senso al Voto di Povertà che, per ciò stesso, realizza in ciascuna persona l’essenzialità del vivere e dell’usare delle cose necessarie ed utili al vivere; ma dà anche senso al termine poverine che caratterizza il sottotitolo alle Regole e Costituzioni, nelle quali, nel capitolo in cui si parla del vitto e del vestito, anche riguardo alla casa si dice che spiri povertà sebbene debba essere tenuta con pulitezza e decenza. Come pure in dosso si tengano con proprietà e lindura. E aggiunge: poiché la povertà lurida e pezzente si attira da tutti il disprezzo […]Non dovranno però mai pretendere alcuna cosa,oltre a ciò che loro viene dispensato…

Si tratta quindi, come già accennato sopra, di entrare in una dimensione di valorizzazione dell’essenziale, quindi di una dimensione anche profondamente educante.

Ma all’origine di questa impostazione, c’è una grandissima sensibilità per la sofferenza, che è sempre povertà;  come è povertà  lo spostare se stessi per l’altro, o, più esattamente, per Gesù nell’altro.

Nell’autobiografia la Madre cita spesso situazioni nelle quali la sofferenza altrui le provocava forte commozione. Così si esprime:

La compassione per i poveri, si era in me, resa anche più forte: non potevo vederne alcuno sotto il carico di grave peso, senza sentirmi il ciglio molle di pianto. Se poi, potevo supporre, che fosser padri di famiglia, andavo compiangendo ancora l’afflizione dei loro figli: quale credevo esser grande, nel vedere li genitori finiti dalle fatiche e penuria: andavo misurando la loro pena, da quella che io avrei provata, nel vedere li mie, (dico in tale stato). Non so cosa avrei fatto per sollevarli.

Si capisce bene, dai continui richiami alla piena e costante disponibilità alle necessità di ogni persona bisognosa, come alla radice della propria povertà, ci sia non solo il bisogno dell’altra/o, ma la necessità della sua presenza, senza la quale non si può entrare nella partecipazione alla vita trinitaria. Cioè: la povertà, alle sue radici, non è solamente un bisogno di qualcosa di necessario per vivere, ma, soprattutto, la necessità di un’altra persona da amare, altrimenti non si può essere in Dio né, quindi, partecipare alla sua vita divenendo “canali” di Dio-Amore, cioè dello Spirito Santo.

Questa particolare realtà emerge, ad una attenta lettura,  da tutti gli scritti della Madre Scrilli, e dalle Regole e Costituzioni.

L’attenzione per le povertà, però, non è soltanto per “gli altri” ma anche per le consorelle e figlie.In una lettera a tre di esse, così si esprime:

   Mie care! Per lasciare di faticare da voi medesime, non pretendete più di quello che vi conviene; dir voglio, non crediate che la salute vostra sia in mano d’altri, e di addossare a questi le vostre imperfezioni, comechè altri per voi ne avessero a render conto….sapete chi va in celo con l’altrui forza? Il vero obbediente.

Questo passo della lettera, non rivela soltanto  un’indicazione di buon senso nel non voler fare più di quello che si può, ma anche un’attenzione particolare all’equilibrio morale della persona; il che implica il continuo prendere coscienza del proprio naturale limite: che non è un fatto in sé negativo, dal momento che appartiene alla naturale dinamica del graduale realizzarsi, nel tempo, nella pienezza di Dio. Siamo sempre in un’ottica costruttiva e non deprimente per la persona.

E subito dopo si rivolge ancora alle suore con questa espressione: Povere ma poverissime figlie!

E se il primo Povere richiama la essenzialità interiore ed esteriore espressa nella titolazione stessa delle Regole, il secondo poverissime sembra mettere  in evidenza il naturale cammino di perfezionamento che avviene attraverso il relazionarsi nell’obbedienza. Infatti, alla conclusione della lettera, esprime l’aspetto positivo e costruttivo della povertà dell’obbedienza e del perdere ciò che impedisce l’attenzione alle povertà di chi ci è vicino o, come in questo caso, affidato: Dio nel dì tremendo vi chiederà conto, del come avete faticato con quelle animucce che a voi consegnò. Vi chiederà se andaste a loro spogliate affatto di voi, e rivestite di spirito di carità, e di zelo come Ei vi insegnò, o pure tutto all’opposto.

La Madre Scrilli si muove sempre all’interno di un  cammino di perfezione che non ignora la “ normalità” del limite (che è la povertà vera) ma indica il modo per trasformarlo, naturalmente, in una realtà nuova che nasce proprio, come già si è accennato, da quell’insostituibile positivo che è l’altro, senza il quale non si entra “in Dio”. Così i Consigli Evangelici della castità e dell’obbedienza, si rivelano essere gli aspetti più evidenti dell’unica Povertà, che si identifica concretamente in Cristo crocifisso-risorto.

Allora prende corpo un significato nuovo della visione interiore della Madre, della scala e degli angeli che la salgono e scendono. Sappiamo bene che questa raffigurazione esprime la continua relazione fra Dio e l’umanità; ma, alla luce della comprensione concreta e contemplativa della Madre, gli angeli stessi, manifestazione della presenza di Dio,  assumono un nome nuovo: Povertà, anzi, Le Povertà…i Poveri…il Povero: Gesù.     

 

P. Gianni Pinna, Monastero San Pietro di Sorres

 

 

 

Salmo 86

 

 

Signore, tendi l’orecchio, rispondimi,


     perché io sono povero e infelice.

Custodiscimi perché sono fedele;
tu, Dio mio,

     salva il tuo servo, che in te spera.

 

Pietà di me, Signore,
a te grido tutto il giorno.

Rallegra la vita del tuo servo,
perché a te,

     Signore, innalzo l’anima mia.

 

Tu sei buono, Signore, e perdoni,


     sei pieno di misericordia con chi ti invoca.

Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera


     e sii attento alla voce della mia supplica.

 

Nel giorno dell’angoscia alzo a te

     il mio grido
e tu mi esaudirai.

Fra gli dei nessuno è come te, Signore,


     e non c’è nulla che uguagli le tue opere.

 

Tutti i popoli che hai creato verranno


     e si prostreranno davanti a te, o Signore,


     per dare gloria al tuo nome;

grande tu sei e compi meraviglie:
tu solo sei Dio.

 

Mostrami, Signore, la tua via,


     perché nella tua verità io cammini;


     donami un cuore semplice


     che tema il tuo nome.

 

Ti loderò, Signore, Dio mio, con tutto il cuore


     e darò gloria al tuo nome sempre,

perché grande con me è la tua misericordia:


     dal profondo degli inferi mi hai strappato.

 

 

 

La Povertà:

beatitudine o croce

 

La parola povertà non ha sempre lo stesso significato. Può avere molti significati in base al look con cui si osserva la vita e il mondo. Dirò cinque diversi sensi della parola povertà, da cui derivano cinque chiamate di Dio per noi Carmelitani:

1.   C’è la povertà vissuta da molte persone non cristiane nei cinque continenti, sono persone che vivono in pace, senza ricchezza e senza miseria. Questa povertà non è una benedizione o una croce, ma è un motivo per lodare Dio per la grandezza della sua attività creativa. La povertà intrinseca alla condizione di vita di molte persone e non cristiani, dando loro grande dignità umana è un invito per noi Carmelitani ad essere missionari che cercano di rivelare la presenza del Regno di Dio. Dobbiamo imitare Gesù che ha detto: “Il regno è presente in mezzo a voi.” Egli ha rivelato la presenza di Dio nelle cose più semplici della vita del popolo.

2.   La povertà dei poveri in America Latina e in Africa che nel corso degli ultimi quattro secoli sono stati impoveriti dalla politica colonialista dei popoli d’Europa. Questa povertà non è beatitudine, ma una croce pesante e ingiusta come era la croce di Gesù, imposta loro dalle autorità civili e religiose del tempo. Questa povertà è un peccato che offende Dio e il sentimento umano. Questa povertà è un invito per noi Carmelitani ad essere come Elia: profeti, che denunciano l’ingiustizia e annunciano l’accoglienza amorevole di Dio per i poveri e i peccatori.

3.   La povertà dei poveri consapevoli dell’ingiustizia che opprime e sfrutta ma si uniscono pacificamente, nella solidarietà. Questa povertà è una benedizione: i poveri assumono la loro condizione e la portano come Gesù portò la sua croce per porre fine all’ingiustizia. Così rivelano il Regno di Dio e la sua giustizia, presente tra noi.  La povertà che porta l’impegno a combattere le ingiustizie è un invito per noi Carmelitani ad essere solidali come Gesù era in solidarietà con i poveri: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” Mt25,40.

4.   Poi c’è la povertà di chi vive sognando di avere una vita pari alla vita dei ricchi. Questa povertà non è una benedizione, non una croce, ma un peccato che degrada e disumanizza la gente perché li conduce ad adorare l’idolo del consumismo, divulgato come “buona notizia” dai media a servizio del denaro e del sistema neoliberale che oggi governa il mondo. Questa povertà è un invito per noi Carmelitani ad irradiare un nuovo modo di vivere la vita umana con la condivisione di vita, la fraternità e la consapevolezza di accogliere la presenza di Dio e di denunciare il sistema idolatra neoliberista.

5.   La povertà del voto di povertà. Questa povertà è una benedizione, se è vissuta come un atto di solidarietà con i poveri di tutto il mondo e come una continuazione dell’ incarnazione di Gesù, che anche se era ricco, si è fatto povero per arricchire noi tutti. Spesso, però, facciamo il voto di povertà, ma non siamo poveri perché abbiamo tutto quello che ci serve. E a volte, quando ci manca qualcosa ci lamentiamo. Così il voto di povertà non ha più nulla a che fare con la beatitudine del Vangelo o con la croce di Gesù. Questa povertà è un invito per noi Carmelitani a vivere la sequela di Gesù come espressione della nostra solidarietà con i poveri e come impegno di imitare Gesù, il grande Missionario che ha predicato ai poveri la Buona Novella di Dio. Ma qualunque cosa sia la povertà, è e sarà sempre una chiamata di Dio per noi Carmelitani. Dio ci aiuti a vivere  il voto di povertà che Gesù ha vissuto.

 

P. Carlos Mesters, O.Carm.

 

 

 

Chi èil mio  PRossimo?

 

La parabola del buon samaritano, Lc 10,30

 

 

Già cominciavo a conoscere le persone della nostra strada, le strade intorno a noi: S. Josè I, II, III e la vicinissima polizia. Partecipavamo abbastanza alle attività parrocchiali, anche per conoscere la devozione popolare.

Una domenica mattina, di ritorno dalla Messa delle 8:00, trovammo la strada sbarrata da un monte di persone che facevano cerchio intorno a qualcosa che non si poteva vedere. La gente ci fece largo e trovammo un uomo di colore per terra, insanguinato, ma non si sapeva cosa fosse successo, ci dissero solo che era stato spostato dal muro del Centro Sociale a 10 metri più giù, sulla strada. “È morto!” “No””È stata avvisata la polizia?” Si strinsero nelle spalle. L’ambulanza, no, quando c’era era al S. Josè II, ben in fondo alla valle, ed era domenica … poco da sperare.

La polizia portò un’infinità di scuse e nessuno si mosse. Abbiamo cominciato a fermare tutte le macchine che passavano, finalmente uno si fermò. Era un ragazzo, disse che doveva andare d’urgenza a casa, sarebbe tornato dopo, doveva scaricare alcune cassette di birra, intanto l’uomo si dissanguava. Aveva un bel camioncino, era quello che ci voleva. Quell’uomo tornò, il ferito fu messo di peso sul camioncino e non si sapeva se era vivo o morto. Tutti si rifiutavano di accompagnarlo e non si poteva aspettare di più, così andammo noi sul mezzo, io e una postulante.

Al Pronto Soccorso di S. Josè II che era abbastanza vicino, fu medicato, non di più, solo ci dissero di che si trattava: era stato colpito più volte al collo con delle bottiglie rotte, era grave ed era necessario un intervento delicato. Il ragazzo del camioncino era sparito, chiamarono l’ambulanza del centro città, che pensando alla distanza, arrivò abbastanza presto. Al Pronto Soccorso centrale furono molto gentili con noi suore, ma quando seppero di che si trattava le cose cambiarono, tutti avevano paura e che interrogatorio! “È suo fratello?” “È un parente?” “È un dipendente?” “Come è successo?” “Chiediamo solo che sia assistito, gli ospedali ci sono anche per questo” fu la risposta. E il tempo passava. Finalmente un infermiere dicendo che il ferito non poteva entrare in sala operatoria insanguinato, disse di lavarlo e asciugarlo e buttò il suo camice sul ferito. Ci guardammo e senza dire una parola abbiamo fatto del nostro meglio. Passò del tempo, era forse mezzogiorno  o più, finalmente lo portarono in sala operatoria accompagnato dai commenti ”Tanto c’è già entrato più volte” “Per importunare il chirurgo”. Passò ancora tempo e qualcuno venne a dirci ”Forse ce la fa”, “È già qualcosa pensai”. Verso le 16:00 arrivò sua sorella e ci disse che potevamo andare. Fuori dell’ospedale ci guardammo di nuovo, non avevamo neppure un centesimo per tornare, non ci rimaneva che chiedere l’elemosina.

Passò molto tempo da quel fatto e un giorno in un autobus, pieno zeppo, qualcuno mi tirò la tonaca dicendo “Suora, sieda qui”, si alzò, mi sedetti, alzai lo sguardo ed egli sorrise e subito scese, era la fermata. Era il mio Negon, ringraziava a modo suo.

 

Sr Amabile Dalla Valle

 

 

 

Il Carmelo e l’accoglienza

 

 

Lo stile di vita carmelitana delinea una fraternità aperta al mondo con uno stile di accoglienza premurosa di disponibilità, il cui motivo biblico ispirante evoca l’ospitalità accogliente di Abramo che siede all’ingresso della tenda e si rifà all’accoglienza della prima comunità di frati verso i pellegrini in visita al Monte carmelo in Terra Santa.

L’ospitalità ci viene trasmessa come valore evangelico. È rivolta soprattutto a quelli che non potranno ricambiare i servigi resi loro “sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti” Lc 14,13. Ogni cristiano deve vedere in colui che bussa alla sua porta (porta del cuore) lo stesso Cristo, nell’ospite soccorriamo veramente Lui.

L’ospite, l’estraneo, che compare nel nostro territorio, fondamentalmente uno straniero. È al contempo una figura forte e fragile. Sprovvisto di conoscenza del luogo che servono per la sopravvivenza, lo straniero è esposto a intemperie e inganni. Pertanto non può restare sulla strada e deve essere posto  temporaneamente nella comunità. Qualunque sia il suo status, l’ospite si trova “fuori luogo”. Nel Vangelo viene chiamato da Cristo il mio prossimo, il mio fratello, non più lo straniero, l’estraneo che non mi riguarda, nei cui confronti non sono responsabile. L’amore universale si manifesta nei confronti di ogni uomo che Dio pone sulla mia strada.

L’accoglienza rende possibile un’esperienza impossibile nella logica umana del profitto, è una sorta di dono senza riappropriazione. L’ospitalità è incondizionata, non deve pagare un debito, né essere pretesa come dovere, come è l’amore di Dio per noi. Tale legge dell’ospitalità è una legge senza legge, un ordine senza ordine, un dovere senza dovere, risponde in verità alla legge della carità che mette al centro Dio, dunque l’uomo.

“Ma la società contemporanea soffre la patologia dell’inospitalità. Nessuno accoglie più nessuno, nemmeno se stesso. L’ospitalità ci interpella in ogni rapporto perché è primariamente accoglienza dell’alterità. Ora, la tendenza della cultura dominante è quella di proclamare l’ospitalità universale, ma in realtà non accoglie, non ospita nessuno a cominciare da se stessi, infatti mi sembra che specialmente i giovani hanno un … disagio di sé stessi. Non per niente la nostra è stata definita una cultura narcisista. Il narciso ha una falsa immagine di sé, ideale, grandiosa che gli impedisce di amarsi veramente e quindi di amare. Tutte le patologie del malessere di oggi: il non mangiare, il mangiare troppo, forme maniacali di chirurgia estetica, l’uso di sostanze stupefacenti rientrano in questa non ospitalità. Così come siamo non ci andiamo bene: ci vogliamo diversi, aderenti ad un immagine ideale che, come quella di narciso, più cerchiamo di afferrare e più si sfugge. E in questa rincorsa ci sfugge la vita di noi come siamo.  In questa non accettazione  di sé è già iscritta la non accettazione dell’altro/a. Nasce così la presa di distanza da quel compagno/a “diverso” dalla cui ospitalità dipende la continuazione e lo sviluppo della mia vita e della società” (Cfr. Il miracolo dell’ospitalità, Don Giussani, 2003).

Questo atto di carità verso gli ospiti (l’altro/a)  era anche raccomandato dalla nostra Fondatrice: “Accogliere gli ospiti senza scusa alcuna di povertà”. Per promuovere una vita autenticamente fraterna occorre abituarsi all’accoglienza e al dialogo sincero e aperto,  all’aiuto reciproco e alla collaborazione disponibile.

La fraternità non è una realtà data una volta per tutte, ha bisogno innanzitutto di un solido fondamento di fede che le consenta di esprimersi con sempre maggiore vitalità. Tale fondamento sta nella Parola di Dio e nell’Eucaristia, ovvero nella Parola ascoltata e “fatta carne”. Lasciandoci ispirare da alcune intuizioni di autori carmelitani possiamo scandire il ritmo di una comunità che cresce attorno alla Parola e all’Eucaristia e si fa dono per la Chiesa e per l’umanità.

Sr Roswita

 

 

 

 

«Voi stessi

date loro da mangiare» Lc 9,13

 

 

 

Immaginiamo la scena: tantissime persone, uomini, donne, bambini, anziani.                                                                                                    Tutti lì, sotto il sole, vogliono ascoltare Gesù…. e Lui parla, parla. I discepoli, ad un certo punto, si rendono conto che è tardi e tutta quella moltitudine di gente ha un bisogno materiale: deve mangiare!

Ma che problema c’è: Lui è Dio!!!

E invece Lui ti spiazza. Come sempre.

 

DATEGLI VOI

QUALCOSA DA MANGIARE.

 

Noi???

Io, come i discepoli allora, resto turbata, a bocca aperta.

Noi??? Ma come Signore: Tu, l’Onnipotente, Colui che tutto può, che in un millesimo di secondo può far finire la fame nel mondo, Tu, te ne stai lì e mi guardi  e punti il dito contro di me e mi chiedi di sfamare la gente?

Ma dico, mi hai vista?

Come posso io, da sola, fare una cosa così grande?

Silenzio….

I discepoli ammutoliti restano lì impassibili davanti a Lui e non sanno che cosa fare. Ma…. nel grande silenzio, Lui paziente, aspetta e ascolta: la voce di un piccolo, di un semplice che offre tutto quello che possiede a Colui che tutto appartiene.

 

SIGNORE, IO HO SOLO CINQUE PANI

E DUE PESCI, MA PUOI PRENDERLI

 

Ecco il miracolo!!!

È sufficiente la nostra disponibilità a lasciarci plasmare dalle mani di quel Dio che con il nostro niente può fare cose grandi.

Un povero non è che un uomo privo di qualcosa che io invece ho in abbondanza: cose materiali come una casa, cibo, acqua ma anche salute, fede, certezze…

Il povero, in senso lato, è con noi da sempre e con noi resterà per sempre, perché senza di lui noi non potremmo sentirci ricchi.

 

Per noi operatori sanitari il malato è il nostro povero, colui che chiede assistenza a noi che di salute ne abbiamo quel tanto che basta a sostenerlo.

Senza malati noi non avremmo ragione di esistere. Per noi il miracolo del pane  è quel gesto semplice di assistenza, di conforto, una parola, un sorriso che ogni giorno possiamo regalare nelle corsie dei nostri ospedali a chiunque incontriamo bisognoso di aiuto.

 

TUTTI MANGIARONO

E FURONO SAZIATI

 

Magda Antonelli

 

 

 

 

“Non ci sono più poveri!”

 

 

 

Ecco una comoda maniera per non scomodarsi nella vita. Son testimoni indiscreti, i poveri: creditori senza titoli ma così inquietanti che dopo averli “visti” par quasi che i piaceri non abbian più gusto e lo star bene non sia più uno star bene.

Il povero è un aspirante al nostro posto di benestanti,

     un concorrente, un predatore... e fa paura...

Erode ha paura del Re che ha per palazzo una stalla,

     per culla una mangiatoia.

Bisogna che il povero non sia!

Se ne decreta la soppressione: così vuole il progresso,

     l’incivilimento, la filantropia...

Proibito fare il povero. Dovremmo poter ordinare con uguale speditezza: proibito fare il cattivo! Proibito fare l’uomo,

     poiché basta essere uomo per essere un pover’uomo.

Il povero viene fuori dalla nostra miseria umana, come Gesù.

Il povero è Gesù.

Se non ci sono più poveri, non c’è neanche Gesù.

Se vedo me stesso, non posso vedere il povero:

     non lo posso non vedere se vedo Gesù.

Celebro la messa ogni mattina per ricrearmi lo sguardo

     e “vedere” Gesù dappertutto.

     Le vertigini del benestare prendono dapprima gli occhi.

     Si ha bisogno di non vedere.

Chi ha poca carità vede pochi poveri,

     chi ha molta carità vede molti poveri,

     chi non ha nessuna carità non vede nessuno.

Che strana virtù la carità! Moltiplica la miseria,

     non per il gusto di preconizzare sinistramente sulle  sorti della società,

     ma per la gioia della devozione ai fratelli,

     per la gioia di perdere la propria vita per i fratelli.

     E non sbaglia, non fantastica neppure: vede giusto.

L’occhio della carità è l’unico che vede giusto.

Chi ha la carità si sente ricco così da poter dare a chicchessia,

     mentre è talmente povero che riceve da tutti.

     Le sufficienze riscontrate dal nostro giudizio

     sono i segni di una  nostra farisaica sufficienza.

Il benestante, che vede gente contenta dappertutto,

     non scopre nulla, né sotto le apparenze fastose dell’abito,

     né sotto la faccia forzatamente gaia: gli manca il dono del conoscere,

     la sofferenza squisitamente umana del conoscere.

“Signore, quando t’abbiamo veduto aver fame, o sete,

     o essere forestiero, o nudo, o infermo, o in prigione?” Mt 25,44.

Chi conosce il povero, conosce il fratello: chi vede il fratello vede Cristo,

     chi vede Cristo vede la vita e la sua vera poesia,

     perché la carità è la poesia del cielo portata sulla terra.

Cristo che si fa “vedere” nel povero,

     che fa splendere quello che gli uomini non vogliono vedere,

     è anche il più grande dei poeti.

Don Primo Mazzolari

 

La via crucis del povero, Torino, 1953

 

 

 

E il mio cuore si riempiva d’amore...

 

 

Eravamo in tre: io, mio fratello Giuseppe e Don Ezio che in missione ha passato una vita. Ma a Manaus era la prima volta per tutti e tre. Siamo partiti senza aspettative e senza sapere ciò che avremmo trovato. Avevo visto qualcosa, letto di esperienze precedenti tuttavia aspettavo di vedere questo meraviglioso mondo.

Non c’è stato modo migliore per scoprire che la presenza delle suore in quella realtà è più viva e concreta di quanto noi possiamo immaginare. La gente delle favelas non smette di ringraziare “gli italiani” che venerano per l’aiuto che arriva ai loro bambini. Con i soldi dei genitori adottivi i bambini hanno la possibilità di avere l’istruzione presso la Scuola delle Suore del Carmelo, i genitori di pagare le loro uniformi. Il pacco mensile: il sabato quel cortile colorato si è riempito di gioia; tutti i bambini sono arrivati a scuola e hanno ricevuto il pacco di Febbraio: carne, pasta, legumi … un pacco alto un metro che sfama non solo il bambino ma anche le loro famiglie. Ricevono questo pacco una volta al mese. Lo stesso giorno è arrivata Patricia nella scuola. Suor Mary mi chiama e dice “fai una foto a Patricia”, e Patricia mi mostrava vestiti, scarpe che aveva appena acquistato con il sostegno della sua famiglia di Taranto. Abbiamo potuto conoscere tutti i bambini ed i ragazzi che fanno parte del Progetto: 143 bambini dai 3 ai 5 anni, 33 ragazzi di 16/17 anni e 3 ragazzi universitari che hanno avuto la possibilità di frequentare un’università che porterà questi giovani a credere nel loro futuro.

Abbiamo visitato le famiglie di Zumbi, un quartiere dove centinaia di famiglie vivono in baracche di legno, anche in otto o in nove per casa. Non è stato facile vedere, più difficile capire. Ma il sorriso di quei bambini ci ha aperto il cuore. La prima cosa che ho notato è stata che non hanno niente ma hanno tutto: sanno accoglierti, sanno abbracciarti, sanno essere sinceri senza conoscerti e senza dover spiegare chi sei. È gente vera. Non importa se non hanno passato l’aspirapolvere per ospitare gente in casa, perché l’aspirapolvere non ce l’hanno. Non importa se non hanno da mangiare, ma sono pronti ad offrirti tutto quello che hanno. È gente vera!  Ciò che possiamo fare è di non stancarci mai di imparare dalla gente delle favelas, andare, vedere, capire ed essere sempre testimoni per gli altri. Non stanchiamoci mai di fare del bene, è l’unico modo per rendere felici gli altri e noi stessi. Da parte di tutti loro “Obrigado Italia! Obrigado!”

 

Chiara

 

 

 

 

diplomi e “tocco

per gli alunni dell’asilo

che andranno a scuola

 

La festa di fine anno a Castiglione Messer Marino con il musical sulla storia di Mosè e del popolo d’Israele

 

 

CASTIGLIONE MESSER MARINO – Grande festa, nei giorni scorsi, presso l’asilo parrocchiale di Castiglione Messer Marino per la consegna dei diplomi agli alunni dell’ultimo anno che lasceranno l’istituto.

 

Hanno raggiunto il loro primo importante traguardo: hanno completato gli anni dell’asilo, la scuola dell’infanzia come si dice oggi, e sono pronti per affrontare la nuova avventura a scuola, alle elementari.

 

E nei giorni scorsi i piccoli “grandi” alunni dell’asilo parrocchiale di Castiglione

 

Messer Marino hanno festeggiato la fine dell’anno scolastico con un musical dedicato alla figura di Mosè e al popolo di Israele.

 

Genitori, fratellini e sorelline, nonni e zii rapiti dalle atmosfere che i bambini, grazie alla sapiente regia delle maestre e delle suore, sono riusciti a creare. Un tuffo nel vecchio testamento, dunque, ma per proiettarsi verso il futuro.

 

E quando il sipario è calato sul musical, tra gli applausi del pubblico, gli alunni dell’ultimo anno hanno ricevuto il diploma e il “tocco”, il tipico berretto dei laureati.

 

Francesco Bottone

 

 

MARIA !

 

Questa Vergine sì pia,

ha un bel nome:

ed è “MARIA”.

Cinque lettere esso ha

come un fiore in verità.

Questo fiore è assai ben caro.

Questo fiore è assai ben raro.

Questo fior d’ogni virtù

è la mamma di Gesù.

È la mamma del tuo Amore

amala sempre con tutto il cuore.

 

Sr M. Agnese Ripani

 

 

Vivere con la nostra

   cara Madre       è avvicinarsi

         di più a Gesù

 

 

La novena della Madonna del Monte Carmelo è iniziata il 7 luglio con nove temi ben preparati, dove si conoscono le virtù della nostra Madre Maria e il percorso che la nostra Chiesa ci indica nella devozione verso di Lei. Ogni volta che la festa si rinnova si rafforza ancora di più il nostro cammino con Maria. La Novena è stata celebrata anche nella comunità Madonna della Luce. Alla Madonna sono state rivolte anche tante richieste di grazie. Un papà ci ha chiesto di pregare per suo figlio, Philip, un bambino adottato a distanza, che era ricoverato in ospedale con poche speranze. Quando il papà è tornato a casa, dopo la novena, suo figlio era stato dimesso e ora sta bene. Quando crediamo in Dio la Madonna ci aiuta sempre.

Alla fine della Novena abbiamo offerto un momento di fraternità con un pranzo. C’erano i bambini adottati a distanza e le famiglie, i collaboratori dell’Associazione Amici di Manaus, il personale della scuola, noi suore, alcuni ospiti tra cui i Padri salesiani; tutti insieme come un’unica famiglia. La festa è stata molto bella e allegra.

La notte del 16 luglio, giorno della Solennità della Madonna del Carmine, siamo andate alla processione, accanto alla statua della Madonna c’erano due bambini vestiti da angeli e anche quel ragazzo uscito dall’ospedale, vestito da angelo per accompagnare Maria Santissima. È stato molto commovente. C’erano tre padri indiani Missionari dell’Immacolata e il nostro parroco. Padre John ha iniziato l’omelia dicendo che ha avuto il privilegio di camminare in India con Maria fin da bambino “mia madre mi portò a un pellegrinaggio in India. Ci vogliono circa quattro giorni per raggiungere a piedi il Santuario di Nostra Signora della Salute che è in Velan Kanni in Tamilnadu. Sono 400 Km di cammino. Maria nostra Madre chiede sacrifici per stare vicino a lei ”. Molte famiglie oggi hanno bisogno di educare i figli alla fede in Dio e ai comandamenti. È nella Chiesa che impariamo il vero senso della vita di fede. Molti giovani non sanno più come fare amicizie vere, la loro vita è on line, questo non permette di creare legami veri, tutto finisce come è iniziato. La fede invece crea amicizie vere e durature.

La Madonna ci insegna come arrivare a Gesù. Conosce il significato e il valore della vita e ci  aiuta ad essere una comunità. Per vivere in comunità è necessario aprire il cuore. Maria è il cuore della Chiesa che mette in circolo la vita. Nostra Signora del Monte Carmelo e il suo Scapolare, ci insegnano a vivere il vero mistero della fede nel nostro cammino terreno, per realizzare le promesse che Lei ci ha fatto. Cerchiamo di migliorare sempre di più ...

 

Sr Eliane Maciel Marques, Manaus

 

 

quel 16 luglio…

 

Sono passati tre anni da quel 16 luglio... Era un giorno come tanti altri ma, in realtà, da quel giorno è cambiata totalmente la mia vita. Il Signore mi ha chiamata. A dire il vero è Lui che si è presentato alla mia porta senza che io lo cercassi, ed è entrato quasi di prepotenza nel mio cuore. Da allora non ho smesso un giorno di essere una sua vera amica... o almeno, ci provo.

Per quarantatré anni ho vissuto senza avere la minima idea di chi fosse veramente Gesù. Lo conoscevo, come dice Giobbe, solo per sentito dire... ma quel 16 luglio i miei occhi lo hanno veduto.

Il primo anno è stato molto duro. Diciamo che non mi capacitavo di quello che mi stava succedendo e tutto mi sembrava strano... bello, ma strano. Era come se vivessi in un corpo non mio, ogni giorno che passava stentavo io stessa a riconoscermi. Ho iniziato a cambiare il mio modo di pensare e di vivere. E in un battito di ciglia mi sono vista trasformata in una nuova creatura. Ora comprendo anche le perplessità delle persone che mi avevano conosciuta fino a quel momento... erano sconvolte più di me e per qualche tempo hanno pensato che fossi diventata matta di colpo. A dire il vero... l’ho pensato anch’io.

Mi sono accorta che seguire Gesù veramente non è così facile, e ogni giorno che passa mi rendo conto di non sapere niente, non solo... quando penso di essere riuscita a salire un gradino verso di Lui ecco che all’improvviso vengo catapultata al piano di sotto. Ma questo non mi scoraggia più di tanto perché, proprio in quei momenti, tendo automaticamente le braccia verso di Lui e mi ci aggrappo con tutte le forze.

In quei momenti vedo che Gesù mi sorride ed ecco che poi, subito, arrivano le sue consolazioni. Ogni giorno, insieme a tante noie, Lui mi colma di ogni bene... e non solo di beni spirituali, si occupa di me per ogni aspetto: materiale e spirituale.

Tutte le grazie che Dio mi ha dato in questi anni e che ogni santo giorno continua a darmi, rimarranno impresse nel mio cuore come un tatuaggio perenne. Grazie Gesù per avermi voluto con te. Grazie perché mi sopporti nonostante io sia un disastro ambulante. Spero tanto che con il tuo aiuto io possa continuare a camminare verso di te in modo decente. E spero tanto che un bel giorno Tu possa dire: “Oh... finalmente con questa vagabonda … ci ho azzeccato!!!...”.

 

Paola

 

 

Ti amo, o mio Dio, nei doni Tuoi,

ti amo nella mia nullità,

ché anche in questo comprendo la

tua infinita sapienza:

ti amo nelle vicende molteplici,

svariate o straordinarie con le quali

Tu accompagnasti la vita mia …

Ti amo in tutto,

o di travaglio o di pace,

perché non cerco,

né mai cercai le

consolazioni di Te,

ma Te,

Dio delle consolazioni.

perciò mai mi gloriai,

né mi compiacqui

di quello

che mi donasti nel tuo

Divino amore

per sola

grazia gratuita,

né mi angustiai

e turbai,

se rilasciata

nell’aridità

e pochezza.

Beata Maria Teresa di Gesù

 

 

 

 

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